SE LA POLIZIA SI FA PARTITO…

Il Partito della Polizia“, mercoledì 16 aprile h.18 presso libreria Ubik, Savona; incontro col giornalista e scrittore Marco Preve per la presentazione del libro “Il partito della polizia”: il sistema trasversale che nasconde la verità degli abusi e minaccia la democrazia [edizioni Chiarelettere]; introduce il giornalista Marcello Zinola.

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La polizia gestisce appalti milionari con deroghe selvagge alle procedure, produce anomalie che, a loro volta, generano reiterate violazioni delle regole imposte dal Codice dei contratti pubblici...” [Relazione della Commissione ministeriale a cura del prefetto Bruno Frattasi]. “Non c’è la consapevolezza di una patologia. Qui in Italia si vogliono salvar le persone; è un sistema di potere per cui ogni uomo deve rimanere al suo posto; chi li tocca è un eversore, e anche la stampa ci mette del suo” [Enrico Zucca, pm al processo Diaz di Genova].
Il libro ripercorre i principali episodi di violenze e abusi perpetrati da uomini in divisa: dalle torture al giovane picciotto Totò Riina, all’irruzione nella scuola Diaz di Genova, fino ai recenti casi di Federico Aldrovandi e Giuseppe Uva. “Speriamo che muoiano tutti. Tanto uno già… 1-0 per noi!” [la poliziotta del 113 così si espresse dopo la morte di Carlo Giuliani]. “Lo si teneva fermo, venivano legate le gambe e poi iniziavano a iniettar acqua e sale con un imbuto…” [commissario Salvatore Genova sulle torture ai brigatisti]. “Segatto lo colpiva alle gambe col manganello, Pontani e Forlani lo tenevano schiacciato a terra mentre Pollastri continuava a picchiarlo…” [la Cassazione ricostruisce l’uccisione di Aldrovandi a opera di quattro poliziotti].
Preve descrive la sorprendente rete di protezione della quale hanno goduto i super poliziotti condannati per la macelleria messicana e le false molotov nella Diaz del G8; gli appalti da centinaia di milioni gestiti da detective con scarsa dimestichezza con la matematica. Fino al capitolo dedicato alle opacità nella scelta dei membri della DIA, Direzione investigativa antimafia. Imputati, condannati, premiati. Nessun abuso può esser commesso contro cittadini inermi; se non è così, i responsabili devono saltare: in Italia ciò non è avvenuto e continua a non avvenire, dai tempi delle torture alle Br fino alle morti di Cucchi, Aldrovandi, Uva e molti altri. La polizia non garantisce la sicurezza, la politica non sorveglia, la stampa non sempre denuncia, la magistratura non sempre indaga. Perché queste anomalie? Come rivela Filippo Bertolami, poliziotto & sindacalista (!), “negli ultimi anni si è assistito al paradosso di un sistema capace da un lato di coprire e premiare i colpevoli di violenze e insabbiamenti, dall’altro di punire chi ha osato mettersi di traverso“. Il sistema statuale “da un lato di copre e premia i colpevoli di violenze e insabbiamenti, dall’altro punisce chi ha osato mettersi di traverso“, è in effetti il solo a garantire a questo sistema economico unità e compattezza, stabilità e sicurezza durature. Lo invitiamo a mettersi in contatto col sig. Giardullo, già segretario generale SILP-CGIL, poi entrato in politica con Rivoluzione civile, espressamente contrario all’ipotesi del numero identificativo su caschi e divise delle forze dell’ordine [intervista su MicroMega, 18.01.2013). Quel numerino ce l’hanno anche in Turchia.
Vince la paura. Il partito della polizia è troppo forte: troppe protezioni politiche a destra e a sinistra. Da Berlusconi a Prodi, Violante, Renzi: De Gennaro [ora presidente Finmeccanica] e i suoi collaboratori non si toccano. Troppe onorificenze e troppe amicizie, anche tra i media.
Il partito della polizia è anche il partito degli affari: mentre vengono assegnati appalti miliardari, le auto di servizio restano senza benzina. “Se non c’è una cultura del diritto in chi orienta il pensiero collettivo – sostiene il criminologo Francesco Carrer [quello del dossier 2006 sulla mafia nel Ponente ligure], mi chiedo come possa nascere in un corpo di polizia, i cui vertici sono più attenti ai desiderata dei politici che alle esigenze di chi è in prima linea”.
Un’inchiesta scomoda, quella di Preve, ma non contro la polizia, anzi: il riconoscimento dell’importanza e della delicatezza del suo ruolo esige particolare rispetto, ma anche trasparenza. Un libro che è un contributo per trasformare la polizia e ridare fiducia ai tanti commissari Montalbano che lavorano in tutte le questure d’Italia [da Il Fatto Quotidiano del 21.03.2014]
Marco Preve è nato nel 1963 a Torino; cresciuto a Savona, vive a Genova dove è cronista di giudiziaria e della redazione locale de “Repubblica”; ha seguito le indagini sul serial killer Donato Bilancia, il giallo della contessa Agusta, le principali inchieste in tema di corruzione e soprattutto il G8 di Genova del 2001 e tutti i processi che ne son seguiti. Collabora con “l’Espresso” e “MicroMega”. Ha un blog intitolato “Trenette e mattoni”, e ha scritto due libri, sempre con Chiarelettere: IL PARTITO DEL CEMENTO, nel 2008, con Ferruccio Sansa; LA COLATA, nel 2010, con Ferruccio Sansa, Andrea Garibaldi, Antonio Massari, Giuseppe Salvaggiulo.
Scrive Marco Preve: “La polizia ha sempre funzionato come termometro di una democrazia; più è presente nella società, meno quella società è libera e democratica. Nessuno Stato può fare a meno della polizia, ad essa è affidato l’ordine pubblico, la difesa della proprietà privata, l’incolumità delle persone. Il sacrificio di una piccola porzione di libertà individuale vale la pena se in cambio tutti si sentono più sicuri. A patto che, attraverso le istituzioni, la società sia in grado di controllar l’operato dei poliziotti e riesca a intervenire laddove emergano degli abusi. Sembra semplice, ma nell’Italia di questo inizio Duemila le responsabilità e i ruoli sono saltati e noi cittadini liberi ne abbiamo fatto le spese. Più temiamo [piuttosto che rispettare] la nostra polizia e più siamo un Paese che ha un problema reale: la catena di comando della Polizia di questi ultimi anni [da De Gennaro in poi] ha avuto gravi responsabilità passate in giudicato [dalla scuola Diaz, ai fatti della caserma Ranieri a Napoli per citane un paio] ma non ne ha mai pagato il conto, anzi: i colpevoli hanno fruito tranquillamente di promozioni e solidarietà ai più alti livelli. Solo l’ultimo grado di giudizio ha “costretto” la politica a rimuovere i condannati. A ciò aggiungasi [osserva Francesco Carrer] l’atteggiamento di molti SINDACATI, nel proprio corporativismo (o spirito di corpo?) più realisti del re e più attenti ai propri iscritti e alle loro deleghe che non ai cittadini. Scegliendo un esempio fior da fiore, in Francia e in Italia queste organizzazioni si sono fieramente opposte alla possibilità di controlli sul personale. Forse che la negazione aprioristica di comportamenti negativi (…) e la difesa dei loro possibili autori non è simile all’accettazione delle fabbriche di armi in nome della salvaguardia dei posti di lavoro? Più prosaicamente, “ogni paese ha la polizia che si merita e, comunque, che è stato capace di darsi“.
La Diaz è fondamentale perché è la prima volta in Italia, ma forse in Occidente, dove c’è la condanna di poliziotti di così alto grado. È un unicum e si spera che rimanga tale. Ci fu la violenza, la falsificazione di prove. Per assurdo si potrebbe dire “può capitare” e invece no. La Diaz è fondamentale per veder gli intrecci di potere a livello di coperture e interessi. La polizia fece quadrato, le istituzioni anche, alcune delle figure coinvolte vengono salvaguardate fino alla Cassazione. E De Gennaro, che pure non risultava indagato, aveva comunque una responsabilità gerarchica in quella vicenda. Ma ha fatto la carriera che sappiamo.
Marco Preve ha detto a Cadoinpiedi.it: “Gli ultimi vent’anni ci dimostrano che c’è un gruppo, quello di De Gennaro e dei De Gennaro boys, che non si tocca”. La Diaz è stato forse il momento in cui i rapporti tra polizia e cittadini si sono fortemente incrinati, un fatto che ha segnato e continuerà a segnare intere generazioni, soprattutto per l’assenza di una soluzione in tempi brevi. Se ci fosse stata una reazione del Paese, del governo, forse poteva essere tutto sommato archiviata. Quella vicenda ha creato una ferita non solo in una parte ideologizzata, quella dei centri sociali e dei movimenti, perché a Genova c’erano tanti giovani dei movimenti pacifisti. È stata una ferita vera e propria per la democrazia. Ciò che è successo dopo è la dimostrazione dell’esistenza di un gruppo all’interno della polizia che io chiamo “il partito della polizia” perché si muove come un partito, con rapporti di potere molto stretti con altri poteri. Esso nasce nell’ultimo ventennio sotto il segno di Gianni De Gennaro e dei De Gennaro Boys. Manganelli, Pansa, appartengono tutti a quel gruppo nato negli anni ’90 e formatosi nella lotta alla mafia ottenendo grandi riconoscimenti. Sia chiaro: un episodio non può cancellare tutto quanto fatto prima, ma chi si macchia di una vicenda gravissima dovrebbe farsi da parte. Questo non avviene perché c’era stata un’occupazione del gruppo di potere ai vertici. Si tratta di chi decide i questori, i prefetti. Non dimentichiamo che, prima della spending review di Monti, il capo della polizia guadagnava 500-600 mila euro, quasi 8 volte quello che guadagna il capo dell’americana Fbi; e gestiva i Pon sicurezza, appalti che hanno sfiorato il miliardo di euro, tutti decisi all’interno del Viminale e che in alcuni casi hanno portato a delle inchieste, come quella che a Napoli coinvolge Finmeccanica. È una vera e propria ramificazione del potere.

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