Adriano Sofri discute su I BUONI

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Mi piacerebbe una bella discussione, anche la più accesamente polemica: se ne fanno così di rado; invece, sul libro di Luca Rastello, I Buoni, si consuma una brutta discussione. Avevo letto il libro alla vigilia della sua uscita, senza conoscer l’autore se non per i suoi scritti, pregevoli per stile e per l’esperienza vissuta che rivelavano. Questa volta si trattava di un romanzo dedicato a un tema fatale: come far bene il bene, o come non farlo troppo male. Poiché la grande associazione di benevolenza e impegno per la legalità raccontata nel libro evoca nel modo più trasparente don Ciotti e suoi collaboratori, avvertivo che l’identificazione -più piccante per la coincidenza fra l’uscita del libro e l’incontro col Papa- avrebbe dirottato il proposito d’affrontar una questione universale: è avvenuto, con un eccesso di zelo. L’autore, in un’appassionata replica a critici indignati [sul Fatto quotidiano], scrive: “Tutta l’aggressività di cui sono oggetto nasce da un’interpretazione suggerita da Adriano Sofri sul Foglio con un’operazione a mio parere troppo meccanica d’identificazione fra un personaggio del romanzo e don Luigi Ciotti“. Ora io non dubito della sincerità di Rastello, dunque penso che la famigliarità con la vicenda di Libera gli abbia preso la mano nella stesura del romanzo. La mia lettura non era forzata: posso ammettere d’aver preferito che a spalancar gli occhi sul libro non fossero i nemici per partito preso di ogni impresa di carità, di ogni antimafia, oltre che del prete di strada concorrente. Il critico dell’Avvenire, dai toni sereni, ha scritto: “Don Silvano è con ogni evidenza don Luigi Ciotti, e lo è in ogni minuto dettaglio”. In tutt’altro tono, Giancarlo Caselli: “Per qualunque lettore che non sia del tutto scemo non può che essere e certamente è Luigi Ciotti“. Potrei continuare, ma basta: Rastello si persuada di non aver trasfigurato abbastanza la sua trama. Ma non tenevo a sbrigarmi dell’accusa d’aver degradato un bel romanzo a una brutta cronaca. Mi son chiesto che cosa spinga Rastello, in una replica tesa [e infine drammatica: Ai miei illividiti accusatori: arriva per tutti, immancabilmente, un dies irae; il mio non è neanche fra molto e io so, con coscienza serena e pulita, che il loro sarà peggiore] a eccedere, per raddrizzar l’interpretazione che avverte storta, in un’autoaccusa: La scelta di scriver un romanzo è la scelta di affrontar temi generali, se non universali, che riguardano prima di tutto i lati oscuri di chi scrive; ho voluto raccontar un male che è ovunque e che io per primo porto dentro: se c’è un personaggio chiave ne I Buoni è forse il solo Andrea, costruito su di me e sulle mie potenzialità più negative. 
Pure qui Rastello è sincero, ed è l’Andrea mediocremente fallimentare del libro che si è scelto per alter ego: l’avevo segnalato. Ma c’è una gran differenza fra il lato oscuro di ciascuno e la dinamica che esso prende dentro e tanto più in cima a un apparato. Sicchè resto esterrefatto di fronte alla frase conclusiva: Così, ascoltando la lezione di giganti a cui non intendo paragonarmi, posso dire a voce alta e a fronte alta: Don Silvano sono io. Fine delle distinzioni, e fine del romanzo. Rastello non può voler dire la banalità che non saprebbe descriver le miserie di don Silvano se non le sentisse in sé. Il gigante cui nessuno di noi intenderebbe paragonarsi pretese d’espropriar oltre la stessa morte la signora Bovary, di disfarla, dopo averla fatta: Madame Bovary sono io. Lasciamo che esistano, don Silvano e Emma B., e la Aza di Rastello, senza dissolverli dentro l’autore e tanto meno nel comune lato oscuro. Penso che Rastello, che mostra una sensibilità irritata e commovente, abbia voluto allontanar da sé -dentro di sé, prima- il sospetto di maramaldeggiare con difetti e vizi del prossimo suo, di farsene pubblico accusatore e vendicatore, e abbia rincarato la propria correità: un male che io per primo mi porto dentro; io per primo è certo un’esagerazione, forse una superbia.

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Vediamo cosa han detto i suoi accusatori. Gian Carlo Caselli ha definito il libro, dunque il suo autore, spietato e ipocrita. Il nome di don Silvano “un velo farisaico e fittizio; una tempesta di livore così violenta, un risentimento personale”. Fraintendendo episodi finali del romanzo [Rastello ritiene se lo sia fatto raccontare] insinua che per don Ciotti si invochi “la pena di morte”.
Il libro è una sorta di manganello da teppisti prodighi di scomuniche che preludono a roghi purificatori, e così via. L’enfasi che è la cifra di Caselli -altrove appropriata- qui liquida a priori la discussione, e si limita a giustapporre la difesa sentita di Libera: “La storia del Gruppo Abele e di Libera è storia -per tutti- di un impegno costante, faticoso, intelligente, produttivo; su vari versanti: accoglienza e ascolto delle persone in difficoltà; cultura [università della strada, centro studi, casa editrice, percorsi di legalità nelle scuole]; mobilitazione politica su temi sensibili per i diritti e la giustizia sociale [dalla droga alla corruzione]; cooperative sociali di lavoro; iniziative all’estero”. Rivendicazione che non esaurisce il problema, e caso mai ne fissa un versante; ho poca dimestichezza con Libera: quando la incontro, in periferia, me ne rallegro.
Nando Dalla Chiesa, che di Libera è presidente onorario, ha scritto: Vista la partecipazione corale all’assalto da parte di diversi esponenti della fu Lotta continua, vien da chiedersi: ma questi, ancora a 70 anni, che cosa hanno contro la legalità? Non gli va bene quella dei carabinieri, d’accordo, se no si sentirebbero dei frustrati; ma neppure quella dei preti di strada gli va bene? Mi son stropicciato gli occhi, poi ho cercato di rintracciar il commando di fu Lotta Continua all’assalto: non l’ho trovato; ho pensato che magari ero io: ma io ho nome e cognome, e Dalla Chiesa mi conosce abbastanza. Tolta la stupidaggine, Dalla Chiesa ricorre a un argomento rivelatore: E’ da due anni che Libera ha posto in modo ufficiale il tema dell’uso privatistico dell’antimafia; e ultimamente a Latina proprio don Ciotti ha urlato che i primi nemici dell’antimafia sono le associazioni antimafia, invitando tutti a farsi un esame di coscienza. Proprio su queste pagine scrissi giusto 3 mesi fa un articolo intitolato Il circo dell’antimafia: vedevo crescer nelle associazioni e tra i protagonisti dell’antimafia una tendenza alla millanteria, alla superficialità, al vittimismo eroico, una qualche propensione all’affarismo a fin di bene. Non credo affatto [e non lo crede don Ciotti] che Libera sia del tutto immune da questi vizi, sul cui rischio si è tenuta un’importante assemblea nazionale (!) lo scorso febbraio; riconosco l’argomento e il suo tarlo: partiti e sette praticano e all’occorrenza sbandierano l’autocritica, ma non sopportano la critica. E la frase terribile: i primi nemici dell’antimafia sono le associazioni antimafia, non si accorge oltretutto di evocar il paradosso del cretese -sapete: il cretese che dice: tutti i cretesi son bugiardi. Dalla Chiesa rimanda la pratica ai tribunali (!): Ma è possibile far un libro del genere e nascondersi dietro l’espediente del romanzo, quando i protagonisti non solo son riconoscibilissimi, ma si fa di tutto perché lo siano? Non credo che un giudice si berrà la storia del romanzo; anzi, potrebbe esser un’aggravante, e allora brinderò. Salute! Se Dalla Chiesa volesse chiarir di chi sta parlando quando scrive: Libera è l’unica Ong italiana tra le prime 100 del mondo. Non sia mai, eh. a noi che ce ne fotte, noi vogliamo continuar a esser spaghetti & mafia. Noi chi? E quando racconta dell’ultima domanda, che mi ha suggerito Attilio Bolzoni, mentre al telefono stilavo con lui l’elenco delle cose scomode che fanno don Ciotti e Libera: già, chi vuol metter le mani sui beni confiscati? Già, chi? Rastello? La fu Lotta Continua? 
Brutta discussione, l’ho detto. Peccato. Anche nel Pci, anche in Lotta Continua, c’eran dinamiche simili, dice Dalla Chiesa: certo. Noi, del resto, ci sciogliemmo. In questi giorni sono immerso nel processo per l’assassinio di Mauro Rostagno; rifaccio i conti con quell’associazione Saman, che all’indomani fu fatta passar per una sentina di tutti i delitti e tutte le infamie; si andò oltre il segno, smisuratamente: ma si stava al di qua del segno prima, quando tutto appariva benemerito. 
C’era madre Teresa e c’era Christopher Hitchens, la posizione della missionaria. Chissà quante buone cose fece madre Teresa, chissà quante buone ragioni ebbe Hitchens. Dopo quella piccola posta su Rastello ne ho scritte un altro paio, per ricordar che c’è un narcisismo sottile e insinuante in chi non si aggrega a un’organizzazione ed elude compromessi e voracità di apparati, in chi per pudore sta alla larga dalla retorica dell’indignazione e della profezia. Ma anche così, anche a bere da soli la tazza della propria buona azione, il dolce in fondo lo si gusta; penso che i buoni esistano, che non siano moltissimi, che abbiano un dono: non occorre neppure che spicchino fra i loro simili. Poi ci sono gli altri, la gran maggioranza, noi, che abbiamo una nozione più o meno adeguata di cosa sia giusto e sbagliato, cosa buono e cosa cattivo, e possiamo scegliere: se esser cattivi, se esser così e così -o fare come se fossimo buoni. Conta almeno altrettanto che i risultati, probabilmente un po’ di più. [sul Foglio, oggi]

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PERCHE’ DEFINIR BRUTTA UNA DISCUSSIONE SOLTANTO PERCHE’ ESSA E’ SCOMODA AGLI INTOCCABILI DEL BUONISMO? f.to: GRAF. Grazie ancora, Luca Rastello!

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