Contro il BUONISMO, ineffabile ed invitto

Luca Rastello, 1.4.2014: la mia verità su I BUONI. Il 1° romanzo di Chiarelettere ha aperto il dibattito sulla gestione delle Onlus; il suo autore è al centro di recensioni e critiche più disparate da parte di chi vuol scorgere la realtà dietro una storia di fantasia. E’ un romanzo sul mondo delle Onlus e su cosa c’è dietro a tali organizzazioni. Ma soprattutto I Buoni di Rastello è il 1° titolo della collana Narrazioni che ha segnato il debutto di Chiarelettere, casa editrice partecipata dal gruppo Gems, nel genere romanzo. Rastello, giornalista, per molti anni ha lavorato nel volontariato e conosce bene quel mondo. Per questo c’è chi ha voluto leggere la sua storia romanzata come reale, legando ai nomi di fantasia a personaggi reali. Primo fra tutti Don Silvano che Adriano Sofri sulle colonne del Foglio, ha indicato come molto simile a Don Luigi Ciotti, ispiratore e fondatore del gruppo Abele, e di Libera. Da quel momento [26.3.14] Rastello e il suo libro son stati al centro di critiche e recensioni più disparate. L’autore ha deciso di rispondere con la sua verità sul romanzo, in una lettera indirizzata al Fatto Quotidiano che Cadoinpiedi.it pubblica qui sotto.

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Caro direttore, ci tengo davvero a ringraziar Il Fatto per l’attenzione che ha dedicato al mio romanzo I Buoni, e son lusingato per la lettura attenta e profonda di Daniela Ranieri. Sento però il bisogno di rispondere, sia pure sommariamente, agli attacchi di Nando Dalla Chiesa e Gian Carlo Caselli che sorprendentemente trovo scomposti. I loro articoli su di me sono ricchi d’allusioni e insinuazioni sgradevoli, veri e propri insulti [ipocrisia, velo farisaico già nell’incipit, volgare, squallido, arrogante, presuntuoso qua e là] e per di più si appoggiano a riferimenti testuali del tutto scorretti, talora perfino immaginari, che mi costringono a ripeter un vecchio e trito adagio: prima di parlar di un libro conviene leggerlo, tanto più se si vuole esser efficaci nel distruggerlo. Addirittura Dalla Chiesa inventa una storia d’amore fra un prete e una donna che nel libro proprio non c’è. Capisco l’intento polemico: deve ridurre il libro a una massa maleolente di pettegolezzi [lui dice gossip]. Mi spiace perché stimo Dalla Chiesa per le sue battaglie civili e politiche, ma scivoloni come questo mi danno agio per rispedir al mittente il gossip: è una forma mentis che forse appartiene a lui, non a me. Quanto a Caselli, fa finir il romanzo con un’altrettanto inventata feroce uccisione di un collaboratore di Ciotti da parte di uno psicopatico [l’unico che muore è un personaggio appartato, per me il portatore dei valori più positivi del romanzo, e muore per mano di un amico]. Difficile non pensar che il libro sia stato loro raccontato in modo assai approssimativo. Ciò non esime però l’ex procuratore dalla psicoanalisi in contumacia: ipotizzo un risentimento privato profondo. E perché? Quali torti avrei subito? O la requisitoria intende sostenere che lo psicopatico sono io?

Tutta l’aggressività di cui sono oggetto nasce da un’interpretazione suggerita da Adriano Sofri su Il Foglio con un’operazione a mio parere eccessivamente meccanica d’identificazione fra un personaggio del romanzo [non il protagonista] e don Ciotti. Un attacco – nell’oratoria di Caselli – alla persona, al suo pensiero, alla sua opera. Vero che, una volta pubblicato, un libro appartiene al lettore, e Sofri lo è, che ha il diritto di offrir la sua chiave, ma da qui a voler far del romanzo un’inchiesta travestita, per codardia o altri loschi e occulti intenti, ne corre assai. Ovviamente nessuno è tenuto a conoscerlo, ma credo che tutto il mio passato possa parlar per me: quando ho voluto fare inchiesta [che fosse su guerra, mafia, narcotraffico, alta velocità, servizi segreti o serial killer] l’ho fatta guardando tutti negli occhi e facendo i nomi delle persone coinvolte, a chiarissime lettere. E quando ho voluto scrivere un pamphlet [ad es. sugli scrittori che dissertano di democrazia sui giornali] l’ho fatto con nomi e cognomi in chiaro. Molti sassi ho lanciato, mai nascosto la mano, mai fatto velo con eufemismi, travestimenti o retoriche.

La scelta di scriver un romanzo è tutt’altra cosa: è la scelta d’affrontar temi generali, se non universali, che riguardano prima di tutto i lati oscuri di chi scrive. Ho voluto raccontar un male che è ovunque e che io per primo porto dentro: se c’è un personaggio chiave ne I Buoni è forse il solo Andrea, costruito su di me e sulle mie potenzialità più negative. Credo che una condizione decisiva per scriver qualcosa di interessante, oltre che di moralmente sorvegliato, sia partir sempre dall’analisi impietosa di sé. Così, ascoltando la lezione di giganti a cui non intendo paragonarmi, posso dire ad alta voce e a fronte alta: Don Silvano sono io. E credo che Don Silvano lo siamo tutti, almeno in potenza, non importa se personaggi pubblici e privati. Certo, la mia vita, le mie esperienze, ciò che ho visto, vissuto, entrano a far parte della materia con cui costruisco una storia. È così per chiunque scriva narrativa. Ad es., nel romanzo precedente era centrale la figura di mio padre, senza che il libro ne fosse una biografia. Il dibattito letterario sul non fiction novel data ormai da mezzo secolo [caro Dalla Chiesa: non ho inventato nulla, purtroppo], ma anche prima di Truman Capote gli autori facevano delle loro vite materia narrativa. Signori, mi spiace ma stavo scavando in me, nel mio lato oscuro. È falso che io abbia voluto raccontar la storia di Libera, ho scritto e vedo uscir questo libro in una fase molto difficile della mia vita, una fase in cui si fanno i conti con sé stessi, non con la cronaca. Con sé stessi e con ciò che si lascia ai figli. Il dr Caselli, che pure dimostra d’aver letto la nota dell’editore [eh sì, dell’editore] in apertura, non ha colto nella stessa pagina la dedica [questa in effetti mia] alle mie figlie, perché sfuggano. Al male connaturato agli umani, che tanto più è pericoloso per i ragazzi che generosamente si espongono in quelle realtà dove l’incontro fra ottime intenzioni, carisma, narcisismo, potere, relazione di aiuto e modello impresa crea una miscela pericolosa e in certi casi letale su cui è bene tener sempre uno sguardo critico. Quanto a Libera, ho dedicato per più di 4 anni tutto il tempo delle mie giornate e molte notti, con passione e grandi responsabilità, alla sua nascita [anche se oggi il ritocco sovietico alla foto ufficiale mi qualifica osservatore partecipante, secondo la definizione involontariamente umoristica di Dalla Chiesa] e vi ho incontrato alcune delle persone migliori della mia vita. Niente secondi fini, cari amici, niente provocazione intellettuale o baggianate simili: non mi appartengono e meno che mai mi interessano in questo momento.

Una cosa vera la dice Dalla Chiesa: che quel che racconto ne I Buoni è vero di tantissime realtà organizzate, antiche come il Pci e Lotta Continua, così come contemporanee. E addirittura non scorge la contraddizione in cui lui stesso cade anche quando ricorda sul suo blog [ed è giusto che lo si ricordi] che proprio quel don Ciotti che secondo lui dovrebbe esser l’oggetto della mia presunta critica ha appena urlato a Latina le stesse cose che penso io e che emergono dal mio racconto a proposito delle associazioni. Ma tant’è, lo scatto irriflesso dell’insulto indica che ho toccato qualcosa di molto molto permaloso, vedo. Fin troppo facile parlar di nervi scoperti. Se la coda è di paglia che bruci, ma non mai per una fiamma accesa da me. Capitò ad autori ben più grandi di me, come Bianciardi che dovette scontar fino alla fine dei suoi giorni la cattiva coscienza di G.G.Feltrinelli che si era voluto riconoscer nel Moro raccontato nella sua Vita agra.

Non è indispensabile che il dr Caselli abbia una buona opinione del libro, né che lo legga, né che intervenga sulle sue questioni di fondo, ma almeno avrebbe potuto dir qualcosa sui temi che anche don Ciotti affronta e che, sia pure in superficie, nel romanzo ci sono. Ad es. l’esistenza di una carità operosa e discreta a fianco e nelle crepe degli imperi caritatevoli, o il dramma del marketing e della professionalizzazione* che scavalcano le motivazioni etiche e la gratuità dell’impegno, le manomissioni linguistiche e retoriche, i rituali di sottomissione delle comunità chiuse ove anziché la religione o la morale laica si celebrano culti pagani del Capo. Cose così. Ma lui preferisce usar a sproposito la battuta volgarissima pronunciata da un mio personaggio [serve a connotarne il maschilismo ed è volutamente grottesca] per insinuar surrettiziamente che essa rappresenti il punto di vista dell’autore sul mondo che racconta. Mah. Sono peccatore, reo confesso e come tale non in grado di far la morale a nessuno, ma mi impegno a non soffocar mai i dubbi, in primo luogo su me stesso. È una questione di ginnastica mentale e morale e un metodo per non assomigliare ai dottori della legge che sprofondano sempre più nella loro cecità interiore, privi di umiltà e di dubbi di cui proprio domenica, commentando il vangelo di Giovanni, ha parlato Papa Francesco. Spero almeno mi sia risparmiata una lettura dietrologica anche di questa replica. Anche se si rinnoveranno attacchi e sarcasmi non aggiungerò altro. La violenza dell’insulto confortata da firme importanti ha già iniziato a trasformarsi sui social network in espressioni di vero odio e addirittura non manca chi incita all’azione nei miei confronti (!). Eppure il dr Caselli accusa me d’invocar manganelli, roghi e manifestar nella figura di un personaggio del romanzo che lui definisce tout court psicopatico certe oscure volontà di vendetta [Ripeto: contro che cosa?]. Ovviamente non è richiesta al bagaglio professionale di un magistrato la capacità di capire le metafore. Ma il finale del romanzo, che Caselli [forse con un riflesso, questo sì, professionale] legge come un’istigazione al linciaggio, è invece una metafora che ora posso a cuore saldo applicare a me stesso e ai miei illividiti accusatori: arriva per tutti, immancabilmente, un Dies Irae. Il mio non è neanche fra molto e io so, con coscienza serena e pulita, che il loro sarà peggiore.

* Fu Leonardo Sciascia a parlare di professionisti dell’antimafia… 

L.Rastello nasce nel 1961 a Torino, dove vive; laureato in filosofia, è per anni redattore della rivista L’Indice dei Libri del Mese, di cui diventa direttore; nel ’93 fonda il Comitato accoglienza profughi ex Jugoslavia di Torino; dal ’93 al ’97 lavora col Gruppo Abele e l’Italian Consortium of Solidarity in ex-Jugoslavia; nel ’98 pubblica La guerra in casa [Einaudi], un reportage-racconto-romanzo sulle contraddizioni della cooperazione internazionale nelle guerre jugoslave degli anni ’90, definito da Roberto Saviano il più bel libro sulla bestialità umana. Dirige la rivista Narcomafie, lavora come inviato per il settimanale Diario, ma il cuore della sua crescita civile e professionale è la Bosnia Erzegovina, che egli percorre come giornalista free-lance e, come volontario, lavora nei Balcani, nel Caucaso, in Asia centrale, Africa, Sudamerica. Nel 2010 pubblica La frontiera addosso, Così si deportano i diritti umani [Laterza] sul tema dei diritti calpestati dei rifugiati; seguito da Binario morto, Lisbona-Kiev, Alla scoperta del Corridoio 5… [Chiarelettere]. Collaboratore di Repubblica, annovera altri libri: Piove all’insù [Bollati Boringhieri], Io sono il mercato, sul narcotraffico, …

Grazie, Rastello. Ci riserviamo di rintracciare gli articoli de Il Fatto e riportarli qui. A presto! GRAF

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La recensione. Il romanzo-denuncia di Luca Rastello: una brutta storia nel mondo de I buoni; originale, inquietante, documentato, il libro è un viaggio senza speranza dentro un’esperienza di volontariato professionale, ove operano quasi solo illusi o peccatori. Dal punto di vista letterario, il romanzo è un’opera di grande valore: una trama originalissima; una conoscenza profonda dei temi trattati; uno stile di scrittura denso e febbrile, pieno di scarti ma sempre controllati; un’atmosfera inquietante e tesa, che resta tale fino all’ultima riga. Ma a pochi giorni dall’uscita, ha generato una vivace discussione soprattutto per il soggetto scelto dall’autore e per l’obiettivo che il libro esplicitamente persegue: la denuncia dei difetti del volontariato professionale, la critica di ciò che non funziona nelle attività non profit e in generale nel mondo di coloro che vengono chiamati i buoni. Una denuncia che Rastello, uno dei più affermati giornalisti e scrittori d’inchiesta italiani, fa dimostrando di conoscer bene l’ambiente di cui parla.
Il romanzo inizia in una città dell’est europeo, nell’inferno dei ragazzi delle fogne. Aza [Azalea] è una giovane che ne è appena uscita, con tutte le sue cicatrici, grazie all’intervento di un’associazione. L’operatore umanitario Andrea la attira a sé, fino a diventarne l’amante, nel nord Italia, in una città mai nominata eppure mirabilmente descritta: una città bastonata, che aveva difeso con orgoglio il suo sogno di industria e che ora vive un nuovo sogno, un futuro terziario promesso ogni sera e rimandato. La porta in una ex fabbrica, ora piena di plexiglas e box in cartongesso, che è stata donata come sede all’associazione In punta di piedi onlus. Un impero caritatevole che si occupa di tossicodipendenti, malati di Aids, prostitute, detenuti, guidato da un prete carismatico dallo sguardo sofferente e dalla voce dolente, don Silvano, che incarna potere e noncuranza, gira con la scorta perché combatte le mafie, è amico dei più grandi politici, magistrati, giornalisti, architetti, comici, rockstar.
Aza, intelligente e pura, sale con rapidità la scala de I piedi, fino a diventar la persona di massima fiducia di don Silvano, e scopre nel corso del romanzo tutto ciò che in questa parte del mondo dei buoni appare incomprensibile: l’autoritarismo e il narcisismo dei capi, la non coincidenza tra parole azioni, la spregiudicatezza e la gestione disinvolta degli aspetti economici. Aza interiorizza il lessico particolare de I piedi – l’umiltà, lo sporcarsi le mani, la memoria che si fa impegno, il seminare futuro, i piccoli passi, il rispetto, il metterci testa, la fatica, il cammino, il primato della persona, la condivisione, la frusta dell’oltre. Ma impara anche a maneggiare i due codici che percorrono l’associazione: quello palese che si recita ogni giorno come un rosario e quello occulto, tanto più praticato quanto più sei in alto nella piramide: al primo si attengono gli illusi, il secondo rende peccatori.
Ci conduce in un mondo dove gli equilibri del potere interno cambiano in continuazione, dove i dipendenti non vengono licenziati, ma accompagnati e invitati a guardarsi intorno. Dove si resiste al massimo due anni, oppure si rimane per tutta la vita. Dove si può precipitar dalla propria posizione gerarchica per una parola sbagliata; dove la gestione degli stipendi, dei contributi e dei bilanci stessi nasconde varie irregolarità; dove ci si affida a un manager che poi finisce in carcere; dove il dipendente che rivendica i diritti minimi del lavoro è rimproverato di sindacalismo, perché qui si condivide un progetto di vita, non sono i soldi che contano. Dove insomma la retorica della legalità si scontra con la prassi e dove la morale è spesso doppia.
Quanto sa il prete-leader di tutto ciò? A don Silvano spettano i principi, si legge in una pagina. E se è vero che lui conosce tutti i meandri del suo impero, in effetti la conduzione effettiva e minuta pare sfuggirgli di mano, o non interessarlo. Specie con l’avvento della Grande rete per la legalità, l’insieme di associazioni che il sacerdote mette insieme nella lotta contro le mafie. Il romanzo tocca qui un altro aspetto cruciale del mondo dei buoni: la successione ai fondatori, il passaggio ai nuovi dei valori etici e delle consuetudini. E si fa ancora più impietoso: nella descrizione dei giovani rampanti che promuovono e amministrano la Grande rete; nella critica della sua studiata dialettica: Chi non è con noi è contro di noi. E quindi con le mafie! La Grande rete diventa la nuova cosmesi del sudario dei caduti e un culto dei morti.
Mentre il protagonista continua a girare, a commemorare, a celebrare, diventando un personaggio sempre più popolare, l’associazione vive una crescente difficoltà e il romanzo arriva alle pagine più sconvolgenti. La prima è l’omelia di don Silvano ai funerali di una grande tragedia sul lavoro: le sue frasi commoventi e le sue invettive contro l’avidità, il profitto a tutti i costi sono alternate alle parole di gestori e amministratori de I piedi: uno spiega perché la cooperativa vincerà l’appalto [paghiamo di meno il personale, il nostro è lavoro motivato]; un altro ha trovato il modo di annullare i contratti a tempo indeterminato [nel sociale si può tutto]; un terzo, a funerali finiti, domanda cinicamente se gli operai sono poi risortiLa II pagina è quella che dà il senso al romanzo, in quanto opera che intende (anche) mostrar le profonde contraddizioni e le derive dell’universo dei buoni. Mentre Aza, ormai disorientata, scompare, Andrea spiega all’uomo che dalla città delle fogne è venuto a vendicarla qual è la vera funzione di persone come don Silvano, e perché è così amato: Perché abbiamo bisogno di lui, tutti; abbiamo bisogno di convivere con il male, fingendo di combatterlo. Abbiamo bisogno di accettare un mondo inaccettabile che ci stritola, e abbiamo bisogno di abitarlo sotto anestesia. Ma abbiamo bisogno anche di fingere di combattere, e di amare la lotta. Don Silvano garantisce che farà il lavoro al posto nostro. Tutti lo amano. Perché lui cavalca con le insegne del bene. Combatte lui la battaglia che noi non abbiamo il tempo di combattere: non vincerai mai con lui, e neppure gli toglierai la maschera. Noi siamo l’acqua in cui cresce la pianta, amico mio: lo difenderemo fino alla morte, pieni di gratitudine per il velo che mette tra noi e il mondo.
Il libro di Rastello può dare una lezione valida per tutti, che siano cittadini comuni o operatori del non profit. Il discorso pubblico attorno a questo mondo, così importante per la tenuta sociale, ma così appesantito da un’enfasi retorica a volte insopportabile, deve ripartire con urgenza coinvolgendo non solo gli addetti ai lavori. I buoni, insieme al recente Contro il non profit di Giovanni Moro, e anche a L’industria della carità di Valentina Furlanetto, può aiutare in tal senso chi non lo vorrà considerare soltanto un romanzo pregevole. Ma con una avvertenza: questo è un libro su/contro un preciso modello di azione sociale. Per quanto significativo e seguito da altre organizzazioni, esso è solo un capitolo di quella storia rivoluzionaria dell’impegno sociale che rimane, in gran parte, da scrivere. Una storia che non è fatta solo dai don Silvano. Se non si può chiedere a un romanzo di parlar di tutto il resto, è dunque opportuno leggerlo tenendo conto che il resto è composto da moltissimi uomini e donne, religiosi e laici, che usano altri linguaggi, lavorano tenendosi lontano dai microfoni e dai palazzi, non coltivano troppo le amicizie potenti, rispettano nelle loro associazioni i diritti dei collaboratori, adottano gestioni democratiche, tengono i conti in ordine e senza scorciatoie.

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