“QUI SI FA L’EUROPA O SI MUORE!” – Cannes (Francia): al via il “G20”

Cannes, 3 novembre: Accolto dal presidente francese Nicolas Sarkozy, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama è arrivato al vertice del G20 di Cannes; il summit si aprirà alle ore 13, dopo alcuni incontri bilaterali tra i leader e un prevertice di Italia-Spagna-Francia-Germania con i leader del’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, accompagnato dal ministro delle Finanze Giulio Tremonti, è atterrato a Nizza. I leader dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) sono riuniti a Cannes per un incontro di lavoro prima del summit. Intanto, il direttore del Fondo monetario Christine Lagarde è stata chiara: “La nuova tranche di aiuti internazionali per la Grecia arriverà solo dopo l’esito del referendum sul piano europeo indetto da Atene per il 4/12; una volta rimossa ogni incertezza, faremo una raccomandazione al bord del Fmi sulla 6^ tranche del nostro prestito per sostener il programma economico della Grecia; resto convinta che l’accordo dei leader della zona euro della scorsa settimana, che include una significativa riduzione del peso del debito greco e sostegno finanziario aggiuntivo per un nuovo, ambizioso programma, sarà di gran beneficio per la Grecia aiutando a ripristinar la crescita e la creazione di lavoro”.

È IL MOMENTO DI DARE PIU’ POTERI ALL’EUROPA

[Barbara Spinelli, Repubblica]. Da quando hanno cominciato a protestare, gli indignati hanno denunciato via via l’ottimismo illusionista dei governi, le istituzioni internazionali spesso indifferenti ai vincoli democratici, infine la Bce: nostro salvagente, ma salvagente riluttante a tramutarsi in prestatore d’ultima istanza. Le denunce possono convincere o no, ma dietro c’è una domanda cruciale, cui non si sfugge, domanda comune agli indignati e alle forze che in queste ore, più che mai, mostrano di non credere in Stati come Grecia e Italia, non escludendo funeste bancarotte: Chi comanda, nell’emergenza che viviamo? E se davvero la crisi prelude a una mutazione radicale delle società, se davvero Roma o Atene s’inabissano: quali poteri decideranno il da farsi, combinando o non combinando i sacrifici con la giustizia sociale che fonda le nostre democrazie? Chi controlla i controllori? Davanti a tale bivio stiamo, e la domanda è cruciale perché pone al tempo stesso la questione della sovranità e della democrazia; perché è una domanda che in Italia sale dal Quirinale stesso, che giudica il vuoto politico ormai non più tollerabile. La risposta che dà Berlusconi (colpevole è l’euro, moneta strana che non ha convinto nessuno) è becera e nichilista, perché scarica le responsabilità su Francoforte, perpetua la truffa illusionista e non capisce il tracollo del proprio ventennio: ventennio che si chiude con una sorta di sconfitta bellica simile a quella che travolse Mussolini. Quando il premier gioca allo sfascio attaccando l’euro, e poi fa come se avesse detto il contrario, mostra che la cacofonia affligge non tanto la sua maggioranza quanto la sua testa, e quel che la testa gli fa dire. Con cortesia gelida, Mario Monti gli ricorda in una lettera aperta che “anche le parole non sorvegliate hanno un costo”, pagato da noi tutti. Altri giocano allo sfascio, più o meno scompostamente: c’è chi, come il premier greco, indice un referendum spericolato sull’austerità, presentandolo come democrazia; c’è chi accarezza l’idea di sospender la democrazia stessa, persuaso in segreto che la via sia quella di Donoso Cortés, politico spagnolo dell’800 che preferiva l’autoritarismo alla sempre titubante clase discutidora. Chi parla di governi italiani di salute pubblica indica la soluzione (il Quirinale stesso fa sapere che “servono larghe intese”), ma esiste il rischio di curar i mali col veleno che li ha creati: non abbiamo bisogno che al governo vada un outsider infastidito dalla politica, magari con nuovi conflitti d’interesse; l’esperimento è già stato fatto, dopo Mani Pulite, dall’imprenditore di Arcore. Credo che l’Italia abbia sete di politici veri, di servitori dello Stato come Monti che è stato per anni civil servant in Europa, allo stesso modo in cui per liberarsi da Tangentopoli ebbe bisogno di Ciampi, del suo senso della Res Publica. Il nostro risanamento non può avvenir in due tempi: prima la democrazia sospesa, poi il ritorno al confronto politico normale; se ben governata, la catastrofe italiana può infatti riservar sorprese non distruttive, e fornir una risposta alla doppia domanda di indignati (e mercati) su sovranità vera e democrazia. Tutto verte attorno al termine commissariamento, vissuto come un’onta da gran parte della nostra classe dirigente. Sul Sole24ore del 24.X, dopo l’accordo di Bruxelles e la lettera d’intenti italiana, Beda Romano ha scritto un importante articolo, che punta il dito sulla frase più rivelatrice del comunicato finale del vertice Ue: «Invitiamo la Commissione a fornir una valutazione dettagliata delle misure e a monitorarne l’attuazione, e le autorità italiane a fornir tempestivamente tutte le informazioni necessarie per tale valutazione». Il passaggio equivale a un commissariamento solo se restiamo convinti che gli Stati-nazione siano ancora capaci di comando, nell’emergenza; ma il comunicato può esser letto in modo radicalmente diverso: come 1° segno di una riduzione delle sovranità nazionali, non negativa anche se vissuta -in Italia- dolorosamente e non democraticamente. «L’Italia è divenuta all’improvviso un banco di prova per l’intera unione monetaria» e, lungi dall’esser commissariata, potrebbe esser «il battistrada di una nuova Europa». Non per questo il dramma s’attenua; l’esperimento che trasforma l’Italia in embrione di governo europeo nasce con vizi gravi: affronta la questione della sovranità, non della democrazia. È uno dei punti salienti del discorso, lucido, che Napolitano ha tenuto a Bruges il 26.X: una nuova Europa sta forse nascendo, non solo economica ma politica, dotata di una «sovranità europea condivisa», ma alla metamorfosi dell’Unione potranno contribuir in maniera inventiva solo Stati non disfatti, ridotti a cavie, tentati dall’antipolitica, ma che stiano in piedi agendo da protagonisti su ambedue i piani: apprendendo la cultura della stabilità, e spingendo i partner dell’Unione a fare più Europa, a dotar il bilancio comunitario di più mezzi, a osar la messa in comune dei debiti con gli eurobond, a riprender il sentiero dell’Europa sociale. Anche nel quadro di un avanzamento dell’Unione, ha detto Napolitano, «restano affidate inderogabili funzioni agli Stati nazionali, e decisivo resta il loro concorso al perseguimento delle stesse politiche comuni europee». Come concorrere, se lo Stato naufraga? La cessione di sovranità non può iniziar profittando di un legno marcio, oltre che storto; se no il battistrada diverrà spauracchio. La Francia farà simili passi? E la Germania, il cui nuovo nazionalismo Habermas giudica severamente, cederà infine sovranità? Si torna così alla 1^ domanda: se l’Italia è apripista, chi comanderà la futura Europa delle sovranità condivise? Che volto avrà il governo sovranazionale: quello del Leviatano di Hobbes (l’Autorità fa Legge), o esisteranno regole cui l’Auctoritas dovrà sottostare? Se il referendum greco minaccia l’euro, quale democrazia europea inventare, perché i cittadini non si sentano spodestati? Disvelare i veri poteri e democratizzarli è compito dei partiti europei; un compito arduo in Italia, perché doppio: si tratta d’allontanar Berlusconi, che evidentemente crea sfiducia, e di lavorare in Europa per un salto di qualità federale. Nicola Zingaretti, nel manifesto scritto il 27.X sul Foglio, fa proprio questo: è l’unico, mi pare, ad auspicar una battaglia simultanea in Italia e Europa. Quel che propone, in sintonia con Napolitano, è lanciar subito «una campagna per l’elezione diretta del presidente dell’Ue», per risponder alla richiesta di un nuovo spazio politico. I politici italiani di destra e sinistra sono accusati d’aver «abdicato alla missione per la quale fu intrapreso il cammino dell’unità» e d’aver rinunciato a affiancar un’Unione politica democratica a quella economica. Alla domanda di indignati e mercati urge risponder indicando con chiarezza quali sono i poteri e i contropoteri negli Stati e nell’Unione: «Nell’era della comunicazione globale le persone vogliono giustamente saper chi decide e controllar direttamente l’iter delle scelte». Anche la Bce deve cambiare, darsi nuovi poteri e missioni: «Bisogna dotar l’euro degli stessi strumenti di cui gode il dollaro, evitar che l’assenza di strumenti difensivi flessibili nel sistema monetario esponga la nostra moneta alla speculazione». Non lo propone solo Krugman, spesso scettico verso l’euro; anche europeisti come Paul De Grauwe, Charles Wyplosz, Jacques Delors, chiedono che sia consentito all’istituto di Francoforte di divenir una Banca centrale autentica, prestatrice d’ultima istanza. Solo così, secondo Delors, le istituzioni europee saranno «non i pompieri, ma gli architetti dell’Europa» che verrà, se la vorremo.

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1 Response to ““QUI SI FA L’EUROPA O SI MUORE!” – Cannes (Francia): al via il “G20””


  1. 1 stefano petrella novembre 4, 2011 alle 3:12 pm

    invece io penso che abbia ragione Pannella e che il Referendum si dovrebbe poter tenere, la posizione sin qui tenuta dall’Europa nei confronti della Grecia invece è assolutamente indifendibile !


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