Mina Welby a Imperia: 3/12 h.21

Venerdì 3 dicembre, ore 21, all’Auditorium Agnesi della Soms di Imperia Oneglia, Via Santa Lucia 14:

<< Testamento biologico, liberi di scegliere davanti al fine vita? >>

Testamento Biologico, la terza via?” –  Mina Schett Welby dell’Associazione Luca Coscioni; “Non ti lascerò solo i miei beni ma anche i miei pensieri: un diritto” – Erika Tomassone, pastora valdese; “Un pediatra di fronte al testamento biologico” – dr Carlo Amoretti. Presiede e coordina: Emilia Amirante Ferrari; con la partecipazione di:  Chiesa Valdese di Imperia, Società Operaia di Mutuo Soccorso di Imperia Oneglia, Arci provinciale di Imperia, Gruppo Radicale Adele Faccio – “GRAF”.

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Adriano Sofri sulla morte di MonicelliAlla riforma della scuola mancava qualcosa, ora ci siamo: fuori Seneca, dentro la Binetti; ieri ha parlato in Senato di Monicelli come di uomo disperato: Famiglia e amici lo han lasciato solo, il suo è un gesto di solitudine non di libertà. C’è chi, credendo di saper di cosa vivano e muoiano gli altri, giudicano. Ieri s’è urlato attorno alla morte di un uomo illustre, 95enne, malato, lucido. Non so quali siano stati i suoi pensieri ultimi, se provo a immaginarlo, esercizio che si fa solo per se stessi, per l’ora della nostra morte, mi figuro che certo non si sia sentito solo e abbandonato, ma abbia aspettato d’esser solo per amore e compassione degli altri. Il presidente Napolitano così saluta il vecchio amico: Se n’è andato con un estremo scatto di volontà, un’ultima manifestazione di personalità che occorre rispettare. Rispetto, parola delicata; la si impiega spesso come formula di convenienza: Con tutto il rispetto…. Quello vero ha bisogno di simpatia. Monicelli s’è suicidato: non amava la vita? La vita era stata presso di lui per tanto tempo, ora la morte gli era addosso; era libero, di aspettarla o di andarle incontro. Ciò che ha fatto non impone solo rispetto, suscita simpatia. Si capisce, si sente, è fatta della stoffa di cui sono fatti gli umani, quando se ne ricordano. Gli italiani, diceva Monicelli in un’intervista, sono un popolo di perdenti, e amano i miei film perché raccontano i perdenti “con un certo affetto”. Ma c’è chi scambia chi muore per un perdente. Sbaglia chi crede di render omaggio alla tempra di Monicelli giudicando il suo modo d’andarsene come una sfida, una provocazione, uno sberleffo: chi muore ha altro da fare. All’opposto, si arriva alla vergogna di chiamar tale morte, e l’onore affettuoso che le viene reso, come uno spot per l’eutanasia. Eutanasia è la parola magica alla rovescia dei nostri giorni, la si spende senza risparmio, abusando del senso e del buon senso. Il buon senso ha indotto tanta gente comune, commossa della morte di un uomo cui era grata, a chiedersi a bassa voce: “Come mai non aveva una pillola?”. Non è facile aver una pillola, tanto meno se non si amino i sotterfugi. Ma è davvero tanto imprudente e impudente farsi una domanda così? Mi risponda francamente, eminenza, lei che s’arrovella su questi temi: se un signore così vecchio, così lucido, risoluto, malato, così paziente e premuroso da aspettar di restar solo, avesse potuto scegliere fra una finestra e un farmaco, sarebbe stato male? E non mi dica, eminenza, che si sarebbe sempre potuto parlar con lui, spiegargli com’è prezioso ogni minuto, ripetergli che la nostra vita non ci appartiene perché è un dono di Dio e Dio ne è geloso, e così via. Ci sono sere e uomini che ne hanno abbastanza delle chiacchiere. Torniamo al punto da cui siamo partiti: il senato romano ebbe Seneca fra i suoi membri Seneca; ora ha la Binetti.


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