“IN VIA DEL CAMPO NASCONO I FIORI”

“IN VIA DEL CAMPO NASCONO I FIORI”

Presentazione del libro della trans genovese ROSSELLA BIANCHI giovedì 17 luglio alle 21 in Via Garibaldi presso la Libreria Borgolungo di Zeffirino Zali .

IN VIA DEL CAMPO NASCONO I FIORI

rossell

in via del campo

http://www.corriere.it/reportage/cronache/2014/rossella-bianchi/

CONGRESSO e… occhio all’Europa!

VIII CONGRESSO italiano PARTITO RADICALE: Roma, 23-25 maggio 2014

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Caro “GRAF”,
ti preannuncio che l’VIII Congresso italiano del Partito Radicale si terrà a Roma a partire dal primo pomeriggio di venerdì 23 maggio a domenica 25 fino a conclusione dei lavori.
E’ quanto ha appena deliberato all’unanimità il Senato del Partito Radicale alla presenza dei responsabili dei soggetti costituenti (Radicali Italiani, Non c’è Pace senza Giustizia, Nessuno Tocchi Caino, Certi Diritti, Associazione Luca Coscioni, Esperanto Radikala Asocio, Anticlericale.net) riunitosi formalmente a Roma il 2 e 3 maggio 2014.
In allegato troverai un brevissimo messaggio che ho registrato per Radio Radicale. Ho voluto avvisarti immediatamente di questa decisione riservandomi di inviarti nelle prossime ore la convocazione ufficiale.
Spero che voi possiate, se non lo avete ancora fatto, iscrivervi al Partito Radicale per tentare insieme di compiere questo sforzo
Un abbraccio,

Marco Pannella

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Stefano Petrella (GE), già iscritto al PRNTT-2014 e anche a NTC, ma impegnato come presidente di seggio a Genova; Gian Piero Buscaglia (IM), già iscrittosi a rate nel 2014 al PRNTT, ma occupato come scrutatore ad Imperia; Francesco Piro (Bordighera), già iscritto al PRNTT nel 2014; etc. …

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Link al messaggio registrato per Radio Radicale:

http://www.radioradicale.it/scheda/410428

SE LA POLIZIA SI FA PARTITO…

Il Partito della Polizia“, mercoledì 16 aprile h.18 presso libreria Ubik, Savona; incontro col giornalista e scrittore Marco Preve per la presentazione del libro “Il partito della polizia”: il sistema trasversale che nasconde la verità degli abusi e minaccia la democrazia [edizioni Chiarelettere]; introduce il giornalista Marcello Zinola.

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La polizia gestisce appalti milionari con deroghe selvagge alle procedure, produce anomalie che, a loro volta, generano reiterate violazioni delle regole imposte dal Codice dei contratti pubblici...” [Relazione della Commissione ministeriale a cura del prefetto Bruno Frattasi]. “Non c’è la consapevolezza di una patologia. Qui in Italia si vogliono salvar le persone; è un sistema di potere per cui ogni uomo deve rimanere al suo posto; chi li tocca è un eversore, e anche la stampa ci mette del suo” [Enrico Zucca, pm al processo Diaz di Genova].
Il libro ripercorre i principali episodi di violenze e abusi perpetrati da uomini in divisa: dalle torture al giovane picciotto Totò Riina, all’irruzione nella scuola Diaz di Genova, fino ai recenti casi di Federico Aldrovandi e Giuseppe Uva. “Speriamo che muoiano tutti. Tanto uno già… 1-0 per noi!” [la poliziotta del 113 così si espresse dopo la morte di Carlo Giuliani]. “Lo si teneva fermo, venivano legate le gambe e poi iniziavano a iniettar acqua e sale con un imbuto…” [commissario Salvatore Genova sulle torture ai brigatisti]. “Segatto lo colpiva alle gambe col manganello, Pontani e Forlani lo tenevano schiacciato a terra mentre Pollastri continuava a picchiarlo…” [la Cassazione ricostruisce l'uccisione di Aldrovandi a opera di quattro poliziotti].
Preve descrive la sorprendente rete di protezione della quale hanno goduto i super poliziotti condannati per la macelleria messicana e le false molotov nella Diaz del G8; gli appalti da centinaia di milioni gestiti da detective con scarsa dimestichezza con la matematica. Fino al capitolo dedicato alle opacità nella scelta dei membri della DIA, Direzione investigativa antimafia. Imputati, condannati, premiati. Nessun abuso può esser commesso contro cittadini inermi; se non è così, i responsabili devono saltare: in Italia ciò non è avvenuto e continua a non avvenire, dai tempi delle torture alle Br fino alle morti di Cucchi, Aldrovandi, Uva e molti altri. La polizia non garantisce la sicurezza, la politica non sorveglia, la stampa non sempre denuncia, la magistratura non sempre indaga. Perché queste anomalie? Come rivela Filippo Bertolami, poliziotto & sindacalista (!), “negli ultimi anni si è assistito al paradosso di un sistema capace da un lato di coprire e premiare i colpevoli di violenze e insabbiamenti, dall’altro di punire chi ha osato mettersi di traverso“. Il sistema statuale “da un lato di copre e premia i colpevoli di violenze e insabbiamenti, dall’altro punisce chi ha osato mettersi di traverso“, è in effetti il solo a garantire a questo sistema economico unità e compattezza, stabilità e sicurezza durature. Lo invitiamo a mettersi in contatto col sig. Giardullo, già segretario generale SILP-CGIL, poi entrato in politica con Rivoluzione civile, espressamente contrario all’ipotesi del numero identificativo su caschi e divise delle forze dell’ordine [intervista su MicroMega, 18.01.2013). Quel numerino ce l'hanno anche in Turchia.
Vince la paura. Il partito della polizia è troppo forte: troppe protezioni politiche a destra e a sinistra. Da Berlusconi a Prodi, Violante, Renzi: De Gennaro [ora presidente Finmeccanica] e i suoi collaboratori non si toccano. Troppe onorificenze e troppe amicizie, anche tra i media.
Il partito della polizia è anche il partito degli affari: mentre vengono assegnati appalti miliardari, le auto di servizio restano senza benzina. “Se non c’è una cultura del diritto in chi orienta il pensiero collettivo – sostiene il criminologo Francesco Carrer [quello del dossier 2006 sulla mafia nel Ponente ligure], mi chiedo come possa nascere in un corpo di polizia, i cui vertici sono più attenti ai desiderata dei politici che alle esigenze di chi è in prima linea”.
Un’inchiesta scomoda, quella di Preve, ma non contro la polizia, anzi: il riconoscimento dell’importanza e della delicatezza del suo ruolo esige particolare rispetto, ma anche trasparenza. Un libro che è un contributo per trasformare la polizia e ridare fiducia ai tanti commissari Montalbano che lavorano in tutte le questure d’Italia [da Il Fatto Quotidiano del 21.03.2014]
Marco Preve è nato nel 1963 a Torino; cresciuto a Savona, vive a Genova dove è cronista di giudiziaria e della redazione locale de “Repubblica”; ha seguito le indagini sul serial killer Donato Bilancia, il giallo della contessa Agusta, le principali inchieste in tema di corruzione e soprattutto il G8 di Genova del 2001 e tutti i processi che ne son seguiti. Collabora con “l’Espresso” e “MicroMega”. Ha un blog intitolato “Trenette e mattoni”, e ha scritto due libri, sempre con Chiarelettere: IL PARTITO DEL CEMENTO, nel 2008, con Ferruccio Sansa; LA COLATA, nel 2010, con Ferruccio Sansa, Andrea Garibaldi, Antonio Massari, Giuseppe Salvaggiulo.
Scrive Marco Preve: “La polizia ha sempre funzionato come termometro di una democrazia; più è presente nella società, meno quella società è libera e democratica. Nessuno Stato può fare a meno della polizia, ad essa è affidato l’ordine pubblico, la difesa della proprietà privata, l’incolumità delle persone. Il sacrificio di una piccola porzione di libertà individuale vale la pena se in cambio tutti si sentono più sicuri. A patto che, attraverso le istituzioni, la società sia in grado di controllar l’operato dei poliziotti e riesca a intervenire laddove emergano degli abusi. Sembra semplice, ma nell’Italia di questo inizio Duemila le responsabilità e i ruoli sono saltati e noi cittadini liberi ne abbiamo fatto le spese. Più temiamo [piuttosto che rispettare] la nostra polizia e più siamo un Paese che ha un problema reale: la catena di comando della Polizia di questi ultimi anni [da De Gennaro in poi] ha avuto gravi responsabilità passate in giudicato [dalla scuola Diaz, ai fatti della caserma Ranieri a Napoli per citane un paio] ma non ne ha mai pagato il conto, anzi: i colpevoli hanno fruito tranquillamente di promozioni e solidarietà ai più alti livelli. Solo l’ultimo grado di giudizio ha “costretto” la politica a rimuovere i condannati. A ciò aggiungasi [osserva Francesco Carrer] l’atteggiamento di molti SINDACATI, nel proprio corporativismo (o spirito di corpo?) più realisti del re e più attenti ai propri iscritti e alle loro deleghe che non ai cittadini. Scegliendo un esempio fior da fiore, in Francia e in Italia queste organizzazioni si sono fieramente opposte alla possibilità di controlli sul personale. Forse che la negazione aprioristica di comportamenti negativi (…) e la difesa dei loro possibili autori non è simile all’accettazione delle fabbriche di armi in nome della salvaguardia dei posti di lavoro? Più prosaicamente, “ogni paese ha la polizia che si merita e, comunque, che è stato capace di darsi“.
La Diaz è fondamentale perché è la prima volta in Italia, ma forse in Occidente, dove c’è la condanna di poliziotti di così alto grado. È un unicum e si spera che rimanga tale. Ci fu la violenza, la falsificazione di prove. Per assurdo si potrebbe dire “può capitare” e invece no. La Diaz è fondamentale per veder gli intrecci di potere a livello di coperture e interessi. La polizia fece quadrato, le istituzioni anche, alcune delle figure coinvolte vengono salvaguardate fino alla Cassazione. E De Gennaro, che pure non risultava indagato, aveva comunque una responsabilità gerarchica in quella vicenda. Ma ha fatto la carriera che sappiamo.
Marco Preve ha detto a Cadoinpiedi.it: “Gli ultimi vent’anni ci dimostrano che c’è un gruppo, quello di De Gennaro e dei De Gennaro boys, che non si tocca”. La Diaz è stato forse il momento in cui i rapporti tra polizia e cittadini si sono fortemente incrinati, un fatto che ha segnato e continuerà a segnare intere generazioni, soprattutto per l’assenza di una soluzione in tempi brevi. Se ci fosse stata una reazione del Paese, del governo, forse poteva essere tutto sommato archiviata. Quella vicenda ha creato una ferita non solo in una parte ideologizzata, quella dei centri sociali e dei movimenti, perché a Genova c’erano tanti giovani dei movimenti pacifisti. È stata una ferita vera e propria per la democrazia. Ciò che è successo dopo è la dimostrazione dell’esistenza di un gruppo all’interno della polizia che io chiamo “il partito della polizia” perché si muove come un partito, con rapporti di potere molto stretti con altri poteri. Esso nasce nell’ultimo ventennio sotto il segno di Gianni De Gennaro e dei De Gennaro Boys. Manganelli, Pansa, appartengono tutti a quel gruppo nato negli anni ’90 e formatosi nella lotta alla mafia ottenendo grandi riconoscimenti. Sia chiaro: un episodio non può cancellare tutto quanto fatto prima, ma chi si macchia di una vicenda gravissima dovrebbe farsi da parte. Questo non avviene perché c’era stata un’occupazione del gruppo di potere ai vertici. Si tratta di chi decide i questori, i prefetti. Non dimentichiamo che, prima della spending review di Monti, il capo della polizia guadagnava 500-600 mila euro, quasi 8 volte quello che guadagna il capo dell’americana Fbi; e gestiva i Pon sicurezza, appalti che hanno sfiorato il miliardo di euro, tutti decisi all’interno del Viminale e che in alcuni casi hanno portato a delle inchieste, come quella che a Napoli coinvolge Finmeccanica. È una vera e propria ramificazione del potere.

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Politically incorrect : I BUONI ipocriti

Non c’è retorica che possa reggere alla verità della letteratura. “I BUONI”, romanzo vero e spietato, ritratto lucido e feroce della retorica del bene, con un finale alla Dostoevskij, capace di metter a fuoco ciò che è sotto i nostri occhi e che pure – per negligenza o istinto di conservazione – non vogliamo vedere. Alla fine, a sentirci scoperti siamo noi: il nostro bisogno di convivere con il male fingendo di combatterlo, la necessità di accettare un mondo che ci stritola, abitandolo sotto anestesia.

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Vittorio Giacopini, 13.04.2014, Domenicale del Sole24ore: http://www.minimaetmoralia.it/wp/?p=20010&preview=true - Quando Aza, ragazza dell’Est, lascia i cunicoli e il suo popolo degli abissi di sbandati, l’ingresso nel mondo dei buoni ha le stimmate di una rinascita totale, però obbligata. Ai piedi delle colline, tra gli scheletri d’acciaio di templi del lavoro ora in disuso, la città che era stata operaia la riceve distrattamente: è già qualcosa, ma un inciampo della sorte le muta il destino. Grazie a Andrea e Mauro [un operatore umanitario e un fotografo prestato al terzo settore] la ragazza selvaggia è accolta nel benedicente regno di un prete santo. Per l’esule la comunità adesso coincide con l’intero orizzonte, non ha confini. Attorno all’uomo di Dio – sguardo stanco, voce dolente, capelli lunghi un po’ unti, maglione liso – ruota adorante tutta una corte angelica di mediocri bontà, spente esistenze, trattenute ambizioni, sante parole. Ma gli angeli decaduti non sono altro che diavoli, com’è noto, e in questo libro ferocissimo e spietato – dunque vero – Luca Rastello ci mette in guardia da subito, non cincischia. Bisogna guardarsi da quell’uomo di chiesa e dal suo fascino. È questione di tempra morale e visioni dei rapporti di forza, di linguaggio. Il soccorritore degli ultimi, grande amico dei Potenti e dei famosi, incarna la “forma del mondo“, va temuto. Il carisma equivoco del prete è l’incantesimo del capo di una setta cerimoniosa.
Scritto con rabbia e passione, livida furia, I buoni è un romanzo-verità che gioca su un cambio di prospettive vertiginoso. Aza impara a muoversi tra buoni che buoni non sono, ma fanno orrore. “L’introibo ad altare dei” si muta nel giro di poche pagine nell’accettazione delle regole di una scuola di empietà terrificante. La discesa agli inferi, evocata nelle pagine iniziali sui cunicoli, mostra ora il suo volto più cupo e ordinario, più spiazzante. È l’universo del “sociale”, dei buoni di professione. Rastello, già autore di alcuni libri chiave sul nostro tempo ["Io sono il mercato" fa impallidire Gomorra; "La Guerra in casa" surclassa Lilin], questo mondo lo conosce e sa narrarlo. È questione di potere e di parole: una lingua maledetta, nulla di più e, davvero, nulla di meno. Prima ancora di vederli in azione, basta ascoltarli: spronati dalla “frusta dell’oltre”, sempre pronti a “sporcarsi le mani” a “metterci la faccia”, a “metter testa”, gli adepti del Santo hanno fatto della Legalità un feticcio e della condivisione un “Idola fori“. Senza calcar la mano, Rastello li lascia parlare, questi mostri: nel sociale tutto è possibile, e non è una denuncia, è… Dostojevsky. La descrizione dei meccanismi interni alla vita della comunità ha l’intensità di un trattato di demonologia, genera angoscia.
Il romanzo ha fatto parlar di sé anche per motivi sbagliati, strumentali, superficiali [dietro la maschera, il volto autentico pare riconoscibilissimo], ma il libro di Rastello è un lavoro che vive di vita propria e scardina le nostre coordinate mentali, gli schemi usati. Raramente un testo recente ha saputo raccontare il Male con tanta oggettività e forza; lasciarsi irretire dal ricatto della cronaca o del gossip è puerile: Rastello guarda più lontano. In questo corpo a corpo visionario e maledettamente concreto col reale, la dialettica tra vittime e carnefici è ormai alle nostre spalle, consumata. Il male, oggi, ha il volto di chi fa il bene, predica il bene in perfetta connivenza col Potere, e il trionfo degli angeli caduti sembra scontato. A meno che dal fondo dei cunicoli del dolore e della droga, della miseria, non riappaia – paurosa – una figura del passato. In questo mondo di lupi mascherati da pecore belanti non ci sono né speranza né giustizia: solo vendetta.

Adriano Sofri discute su I BUONI

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Mi piacerebbe una bella discussione, anche la più accesamente polemica: se ne fanno così di rado; invece, sul libro di Luca Rastello, I Buoni, si consuma una brutta discussione. Avevo letto il libro alla vigilia della sua uscita, senza conoscer l’autore se non per i suoi scritti, pregevoli per stile e per l’esperienza vissuta che rivelavano. Questa volta si trattava di un romanzo dedicato a un tema fatale: come far bene il bene, o come non farlo troppo male. Poiché la grande associazione di benevolenza e impegno per la legalità raccontata nel libro evoca nel modo più trasparente don Ciotti e suoi collaboratori, avvertivo che l’identificazione -più piccante per la coincidenza fra l’uscita del libro e l’incontro col Papa- avrebbe dirottato il proposito d’affrontar una questione universale: è avvenuto, con un eccesso di zelo. L’autore, in un’appassionata replica a critici indignati [sul Fatto quotidiano], scrive: “Tutta l’aggressività di cui sono oggetto nasce da un’interpretazione suggerita da Adriano Sofri sul Foglio con un’operazione a mio parere troppo meccanica d’identificazione fra un personaggio del romanzo e don Luigi Ciotti“. Ora io non dubito della sincerità di Rastello, dunque penso che la famigliarità con la vicenda di Libera gli abbia preso la mano nella stesura del romanzo. La mia lettura non era forzata: posso ammettere d’aver preferito che a spalancar gli occhi sul libro non fossero i nemici per partito preso di ogni impresa di carità, di ogni antimafia, oltre che del prete di strada concorrente. Il critico dell’Avvenire, dai toni sereni, ha scritto: “Don Silvano è con ogni evidenza don Luigi Ciotti, e lo è in ogni minuto dettaglio”. In tutt’altro tono, Giancarlo Caselli: “Per qualunque lettore che non sia del tutto scemo non può che essere e certamente è Luigi Ciotti“. Potrei continuare, ma basta: Rastello si persuada di non aver trasfigurato abbastanza la sua trama. Ma non tenevo a sbrigarmi dell’accusa d’aver degradato un bel romanzo a una brutta cronaca. Mi son chiesto che cosa spinga Rastello, in una replica tesa [e infine drammatica: Ai miei illividiti accusatori: arriva per tutti, immancabilmente, un dies irae; il mio non è neanche fra molto e io so, con coscienza serena e pulita, che il loro sarà peggiore] a eccedere, per raddrizzar l’interpretazione che avverte storta, in un’autoaccusa: La scelta di scriver un romanzo è la scelta di affrontar temi generali, se non universali, che riguardano prima di tutto i lati oscuri di chi scrive; ho voluto raccontar un male che è ovunque e che io per primo porto dentro: se c’è un personaggio chiave ne I Buoni è forse il solo Andrea, costruito su di me e sulle mie potenzialità più negative. 
Pure qui Rastello è sincero, ed è l’Andrea mediocremente fallimentare del libro che si è scelto per alter ego: l’avevo segnalato. Ma c’è una gran differenza fra il lato oscuro di ciascuno e la dinamica che esso prende dentro e tanto più in cima a un apparato. Sicchè resto esterrefatto di fronte alla frase conclusiva: Così, ascoltando la lezione di giganti a cui non intendo paragonarmi, posso dire a voce alta e a fronte alta: Don Silvano sono io. Fine delle distinzioni, e fine del romanzo. Rastello non può voler dire la banalità che non saprebbe descriver le miserie di don Silvano se non le sentisse in sé. Il gigante cui nessuno di noi intenderebbe paragonarsi pretese d’espropriar oltre la stessa morte la signora Bovary, di disfarla, dopo averla fatta: Madame Bovary sono io. Lasciamo che esistano, don Silvano e Emma B., e la Aza di Rastello, senza dissolverli dentro l’autore e tanto meno nel comune lato oscuro. Penso che Rastello, che mostra una sensibilità irritata e commovente, abbia voluto allontanar da sé -dentro di sé, prima- il sospetto di maramaldeggiare con difetti e vizi del prossimo suo, di farsene pubblico accusatore e vendicatore, e abbia rincarato la propria correità: un male che io per primo mi porto dentro; io per primo è certo un’esagerazione, forse una superbia.

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Vediamo cosa han detto i suoi accusatori. Gian Carlo Caselli ha definito il libro, dunque il suo autore, spietato e ipocrita. Il nome di don Silvano “un velo farisaico e fittizio; una tempesta di livore così violenta, un risentimento personale”. Fraintendendo episodi finali del romanzo [Rastello ritiene se lo sia fatto raccontare] insinua che per don Ciotti si invochi “la pena di morte”.
Il libro è una sorta di manganello da teppisti prodighi di scomuniche che preludono a roghi purificatori, e così via. L’enfasi che è la cifra di Caselli -altrove appropriata- qui liquida a priori la discussione, e si limita a giustapporre la difesa sentita di Libera: “La storia del Gruppo Abele e di Libera è storia -per tutti- di un impegno costante, faticoso, intelligente, produttivo; su vari versanti: accoglienza e ascolto delle persone in difficoltà; cultura [università della strada, centro studi, casa editrice, percorsi di legalità nelle scuole]; mobilitazione politica su temi sensibili per i diritti e la giustizia sociale [dalla droga alla corruzione]; cooperative sociali di lavoro; iniziative all’estero”. Rivendicazione che non esaurisce il problema, e caso mai ne fissa un versante; ho poca dimestichezza con Libera: quando la incontro, in periferia, me ne rallegro.
Nando Dalla Chiesa, che di Libera è presidente onorario, ha scritto: Vista la partecipazione corale all’assalto da parte di diversi esponenti della fu Lotta continua, vien da chiedersi: ma questi, ancora a 70 anni, che cosa hanno contro la legalità? Non gli va bene quella dei carabinieri, d’accordo, se no si sentirebbero dei frustrati; ma neppure quella dei preti di strada gli va bene? Mi son stropicciato gli occhi, poi ho cercato di rintracciar il commando di fu Lotta Continua all’assalto: non l’ho trovato; ho pensato che magari ero io: ma io ho nome e cognome, e Dalla Chiesa mi conosce abbastanza. Tolta la stupidaggine, Dalla Chiesa ricorre a un argomento rivelatore: E’ da due anni che Libera ha posto in modo ufficiale il tema dell’uso privatistico dell’antimafia; e ultimamente a Latina proprio don Ciotti ha urlato che i primi nemici dell’antimafia sono le associazioni antimafia, invitando tutti a farsi un esame di coscienza. Proprio su queste pagine scrissi giusto 3 mesi fa un articolo intitolato Il circo dell’antimafia: vedevo crescer nelle associazioni e tra i protagonisti dell’antimafia una tendenza alla millanteria, alla superficialità, al vittimismo eroico, una qualche propensione all’affarismo a fin di bene. Non credo affatto [e non lo crede don Ciotti] che Libera sia del tutto immune da questi vizi, sul cui rischio si è tenuta un’importante assemblea nazionale (!) lo scorso febbraio; riconosco l’argomento e il suo tarlo: partiti e sette praticano e all’occorrenza sbandierano l’autocritica, ma non sopportano la critica. E la frase terribile: i primi nemici dell’antimafia sono le associazioni antimafia, non si accorge oltretutto di evocar il paradosso del cretese -sapete: il cretese che dice: tutti i cretesi son bugiardi. Dalla Chiesa rimanda la pratica ai tribunali (!): Ma è possibile far un libro del genere e nascondersi dietro l’espediente del romanzo, quando i protagonisti non solo son riconoscibilissimi, ma si fa di tutto perché lo siano? Non credo che un giudice si berrà la storia del romanzo; anzi, potrebbe esser un’aggravante, e allora brinderò. Salute! Se Dalla Chiesa volesse chiarir di chi sta parlando quando scrive: Libera è l’unica Ong italiana tra le prime 100 del mondo. Non sia mai, eh. a noi che ce ne fotte, noi vogliamo continuar a esser spaghetti & mafia. Noi chi? E quando racconta dell’ultima domanda, che mi ha suggerito Attilio Bolzoni, mentre al telefono stilavo con lui l’elenco delle cose scomode che fanno don Ciotti e Libera: già, chi vuol metter le mani sui beni confiscati? Già, chi? Rastello? La fu Lotta Continua? 
Brutta discussione, l’ho detto. Peccato. Anche nel Pci, anche in Lotta Continua, c’eran dinamiche simili, dice Dalla Chiesa: certo. Noi, del resto, ci sciogliemmo. In questi giorni sono immerso nel processo per l’assassinio di Mauro Rostagno; rifaccio i conti con quell’associazione Saman, che all’indomani fu fatta passar per una sentina di tutti i delitti e tutte le infamie; si andò oltre il segno, smisuratamente: ma si stava al di qua del segno prima, quando tutto appariva benemerito. 
C’era madre Teresa e c’era Christopher Hitchens, la posizione della missionaria. Chissà quante buone cose fece madre Teresa, chissà quante buone ragioni ebbe Hitchens. Dopo quella piccola posta su Rastello ne ho scritte un altro paio, per ricordar che c’è un narcisismo sottile e insinuante in chi non si aggrega a un’organizzazione ed elude compromessi e voracità di apparati, in chi per pudore sta alla larga dalla retorica dell’indignazione e della profezia. Ma anche così, anche a bere da soli la tazza della propria buona azione, il dolce in fondo lo si gusta; penso che i buoni esistano, che non siano moltissimi, che abbiano un dono: non occorre neppure che spicchino fra i loro simili. Poi ci sono gli altri, la gran maggioranza, noi, che abbiamo una nozione più o meno adeguata di cosa sia giusto e sbagliato, cosa buono e cosa cattivo, e possiamo scegliere: se esser cattivi, se esser così e così -o fare come se fossimo buoni. Conta almeno altrettanto che i risultati, probabilmente un po’ di più. [sul Foglio, oggi]

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PERCHE’ DEFINIR BRUTTA UNA DISCUSSIONE SOLTANTO PERCHE’ ESSA E’ SCOMODA AGLI INTOCCABILI DEL BUONISMO? f.to: GRAF. Grazie ancora, Luca Rastello!

Per chi non ama “I BUONI”, ed i buonismi

Il romanzo di Luca Rastello incontra l’approvazione di quanti già erano perplessi di fronte al “Culto della legalità”.

Il Fatto, 29.3.14, p.15. Daniela Ranieri [citata da Rastello nel precedente articolo GRAF] recensisce, previa lettura, una storia di preti, di ultimi e di missioni: la Parigi umida dei nuovi miserabili sta oggi nel sottosuolo della metro di Bucarest; è un popolo di reietti, creature degli scoli, annusatori di colla, ragazzine sventrate al quarto mese di gravidanza. Luca Rastello li racconta assediati dal demone del degrado e dal demone della salvezza, molto più subdolo, nel suo I BUONI [Chiarelettere]. Tutti devastati dall’Aids, unica eredità in terra; visitati da gente della superficie: falsi samaritani che vengono a dire “colla ti fa male, prendono ragazza, dicono “vieni” e invece picchiano”. Tra questi, i buoni, operatori sociali venuti a redimere la loro vita di spine. Uno di loro porta Aza, ragazza dal corpo segnato dal grafismo delle ferite, in Italia, nel rivitalizzante fiorire di progetti della Ong per cui lavora. E’ la parola magica, progetto: l’opera di bene che si trasforma in marketing, in start-up, nel generale passaggio dalla beneficenza all’industria della carità. La accoglie don Silvano, prete leader cinto dall’aura del carisma, impegnato nella lotta alle mafie e nella torsione delle coscienze sotto l’etichetta di buono di professione. Dei miserabili è padre padrone, oltre che dio che agita il feticcio della compassione: il fardello del prestigio che già fu dell’uomo bianco; il crocifisso brandito come un’arma del bene che invece fa il male, come Faust; la logica annichilente del Grande Inquisitore di Dostoevskij, non a caso citato in epigrafe. Dal tanfo della fogna i miserabili accedono al falso biancore  di quello scandalizzare i fanciulli a cui la tonaca ha offerto spesso la miglior copertura. Qui, come si confà al clero pop e barricadero, la tonaca è un maglione scucito, che fa il paio col tono da rapper evangelico e un narcisisismo da toreri del bene. Difficile non vedere nella figura di don Silvano il travestimento di don Ciotti, con cui Rastello ha collaborato negli anni di volontariato presso il Gruppo Abele, allontanandosene poi con delusione. Che Rastello abbia levigato il sasso della sua esperienza facendone una scoria nera è una supposizione che il lettore fa sulla base della sua biografia anche se non autorizzato a farlo, come avvisa l’autore attribuendo tutto alla sua fantasia. Ma non si può non sentire l’attuale che strilla sotto le sue analogie. 

Negli ultimi anni l’attivismo sociale si è concentrato attorno a figure di leader telegenici; la santità ha scoperto la via del glamour. Si è creata una linea al di là della quale i buoni operano e sono incriticabili, e al di là si staglia la massa degli indifferenti e dei complici.  Oltre la tradizione, poggiata sull’egemonia consolidata dell’oratorio e dell’aiuto ai poveri, si fonda una nuova mitologia dissidente, popolare, apparentemente meno scaltrita dell’istituzione su cui fonda la sua credibilità, ma anche più croccante e seducente. Che spesso si persegua il bene (o la sua faccia imbiancata) facendo il male non appartiene solo all’epica. Gli abusi suscitano riprovazione, ma poche volte si sottolinea l’ambiguità della denuncia e dello sdegno. Di chi si dichiara buono, e avanza tutto bianco contro il nero, tutto integro contro la corruzione. L’ha fatto Leonardo Sciascia, parlando dei professionisti dell’antimafia. Rastello scrive dei mestieranti della carità, santi di una missione pret-à-porter che se produce reali e lodevoli opere buone, sostiene anche quel dispositivo dell’indignazione a comando che finisce per anestetizzare e fornire alibi alla cattiva coscienza

Il male può essere assoluto. L’acido che scioglie i bambini vittime della mafia non può essere anche buono, oltre che cattivo. Ma non tutti i mezzi per contrastarlo sono leciti: il male minore è un alibi dei sistemi totalitari. L’encomio per le battaglie di legalità, spesso condotte coi toni assolutisti e perciò violenti di chi sa di aver la verità in tasca, occulta che la complessità dei rapporti tra una società disillusa e cinica e la psiche spesso divorata dalla cocente volontà di piacere e di autoassolversi, porta, come scriveva Nietzsche, a indossare la più scontata e feroce delle maschere: quella dell’eroe civico, del compassionevole furbo. Così, nel bel libro di Rastello, don Silvano maneggia il potere attraverso la creazione di una potente retorica dei valori: la speranza, il futuro, la responsabilità, l’azione. Tutti tesi a ricattare e colpevolizzare chi non si sporca le mani, chi vive una vita di non-militanza e che non combatte con l’assolutismo maiuscolo e trafelato del Fondatore. Di colui che, apparentemente in pace con la propria coscienza, ingaggia una lotta individuando un nemico, prende posizioni eterodosse rispetto a una qualche dottrina ufficiale o crea una setta che lo riconosce come Capo. L’uso dei media, del corpo, della tv, di Internet, perfeziona la credibilità del Santo in vita, del Paladino del Bene che urla la propria apologia insieme a quella dei deboli che vuole salvare e assorbire. La stessa parola missione ha squadernato la sua ambiguità nel secolo dell’imperialismo e della conversione coatta dei selvaggi. Ogni crociata, pure quella della legalità, – che non può mai essere un valore astratto – necessita di un’arma, e l’arma dei buoni è da sempre la più pericolosa.

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Il viaggio di Aza dall’Est Europa alla comunità torinese di don Silvano. Aza è una ragazzina che vive nei cunicoli di una città dell’est europeo dove i bambini sniffano colla e la violenza è l’unico linguaggio. Fra loro si muovono Andrea, operatore umanitario di una grande Onlus italiana e Mauro, fotografo, destinati però a ripartire presto. Ma un giorno Aza va in Italia, dove sarà accolta dalla Comunità di don Silvano, il prete carismatico che, mente salva poveri e reietti, dandogli casa e lavoro, parla a tu per tu con i Potenti. Con lo sguardo di Aza, il libro racconta l’ambiguità dei buoni e le contraddizioni, che sconfinano nell’illecito, di un’organizzazione a metà tra missione e azienda. Un mondo senza utopia dove la retorica della legalità e della memoria delle vittime spesso nasconde ambizioni e fragilità (specie dei protagonisti maschili). E in cui Aza, pure venuta dall’inferno, non troverà alcuna salvezza. [Eli.Amb.]

Contro il BUONISMO, ineffabile ed invitto

Luca Rastello, 1.4.2014: la mia verità su I BUONI. Il 1° romanzo di Chiarelettere ha aperto il dibattito sulla gestione delle Onlus; il suo autore è al centro di recensioni e critiche più disparate da parte di chi vuol scorgere la realtà dietro una storia di fantasia. E’ un romanzo sul mondo delle Onlus e su cosa c’è dietro a tali organizzazioni. Ma soprattutto I Buoni di Rastello è il 1° titolo della collana Narrazioni che ha segnato il debutto di Chiarelettere, casa editrice partecipata dal gruppo Gems, nel genere romanzo. Rastello, giornalista, per molti anni ha lavorato nel volontariato e conosce bene quel mondo. Per questo c’è chi ha voluto leggere la sua storia romanzata come reale, legando ai nomi di fantasia a personaggi reali. Primo fra tutti Don Silvano che Adriano Sofri sulle colonne del Foglio, ha indicato come molto simile a Don Luigi Ciotti, ispiratore e fondatore del gruppo Abele, e di Libera. Da quel momento [26.3.14] Rastello e il suo libro son stati al centro di critiche e recensioni più disparate. L’autore ha deciso di rispondere con la sua verità sul romanzo, in una lettera indirizzata al Fatto Quotidiano che Cadoinpiedi.it pubblica qui sotto.

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Caro direttore, ci tengo davvero a ringraziar Il Fatto per l’attenzione che ha dedicato al mio romanzo I Buoni, e son lusingato per la lettura attenta e profonda di Daniela Ranieri. Sento però il bisogno di rispondere, sia pure sommariamente, agli attacchi di Nando Dalla Chiesa e Gian Carlo Caselli che sorprendentemente trovo scomposti. I loro articoli su di me sono ricchi d’allusioni e insinuazioni sgradevoli, veri e propri insulti [ipocrisia, velo farisaico già nell'incipit, volgare, squallido, arrogante, presuntuoso qua e là] e per di più si appoggiano a riferimenti testuali del tutto scorretti, talora perfino immaginari, che mi costringono a ripeter un vecchio e trito adagio: prima di parlar di un libro conviene leggerlo, tanto più se si vuole esser efficaci nel distruggerlo. Addirittura Dalla Chiesa inventa una storia d’amore fra un prete e una donna che nel libro proprio non c’è. Capisco l’intento polemico: deve ridurre il libro a una massa maleolente di pettegolezzi [lui dice gossip]. Mi spiace perché stimo Dalla Chiesa per le sue battaglie civili e politiche, ma scivoloni come questo mi danno agio per rispedir al mittente il gossip: è una forma mentis che forse appartiene a lui, non a me. Quanto a Caselli, fa finir il romanzo con un’altrettanto inventata feroce uccisione di un collaboratore di Ciotti da parte di uno psicopatico [l'unico che muore è un personaggio appartato, per me il portatore dei valori più positivi del romanzo, e muore per mano di un amico]. Difficile non pensar che il libro sia stato loro raccontato in modo assai approssimativo. Ciò non esime però l’ex procuratore dalla psicoanalisi in contumacia: ipotizzo un risentimento privato profondo. E perché? Quali torti avrei subito? O la requisitoria intende sostenere che lo psicopatico sono io?

Tutta l’aggressività di cui sono oggetto nasce da un’interpretazione suggerita da Adriano Sofri su Il Foglio con un’operazione a mio parere eccessivamente meccanica d’identificazione fra un personaggio del romanzo [non il protagonista] e don Ciotti. Un attacco – nell’oratoria di Caselli – alla persona, al suo pensiero, alla sua opera. Vero che, una volta pubblicato, un libro appartiene al lettore, e Sofri lo è, che ha il diritto di offrir la sua chiave, ma da qui a voler far del romanzo un’inchiesta travestita, per codardia o altri loschi e occulti intenti, ne corre assai. Ovviamente nessuno è tenuto a conoscerlo, ma credo che tutto il mio passato possa parlar per me: quando ho voluto fare inchiesta [che fosse su guerra, mafia, narcotraffico, alta velocità, servizi segreti o serial killer] l’ho fatta guardando tutti negli occhi e facendo i nomi delle persone coinvolte, a chiarissime lettere. E quando ho voluto scrivere un pamphlet [ad es. sugli scrittori che dissertano di democrazia sui giornali] l’ho fatto con nomi e cognomi in chiaro. Molti sassi ho lanciato, mai nascosto la mano, mai fatto velo con eufemismi, travestimenti o retoriche.

La scelta di scriver un romanzo è tutt’altra cosa: è la scelta d’affrontar temi generali, se non universali, che riguardano prima di tutto i lati oscuri di chi scrive. Ho voluto raccontar un male che è ovunque e che io per primo porto dentro: se c’è un personaggio chiave ne I Buoni è forse il solo Andrea, costruito su di me e sulle mie potenzialità più negative. Credo che una condizione decisiva per scriver qualcosa di interessante, oltre che di moralmente sorvegliato, sia partir sempre dall’analisi impietosa di sé. Così, ascoltando la lezione di giganti a cui non intendo paragonarmi, posso dire ad alta voce e a fronte alta: Don Silvano sono io. E credo che Don Silvano lo siamo tutti, almeno in potenza, non importa se personaggi pubblici e privati. Certo, la mia vita, le mie esperienze, ciò che ho visto, vissuto, entrano a far parte della materia con cui costruisco una storia. È così per chiunque scriva narrativa. Ad es., nel romanzo precedente era centrale la figura di mio padre, senza che il libro ne fosse una biografia. Il dibattito letterario sul non fiction novel data ormai da mezzo secolo [caro Dalla Chiesa: non ho inventato nulla, purtroppo], ma anche prima di Truman Capote gli autori facevano delle loro vite materia narrativa. Signori, mi spiace ma stavo scavando in me, nel mio lato oscuro. È falso che io abbia voluto raccontar la storia di Libera, ho scritto e vedo uscir questo libro in una fase molto difficile della mia vita, una fase in cui si fanno i conti con sé stessi, non con la cronaca. Con sé stessi e con ciò che si lascia ai figli. Il dr Caselli, che pure dimostra d’aver letto la nota dell’editore [eh sì, dell'editore] in apertura, non ha colto nella stessa pagina la dedica [questa in effetti mia] alle mie figlie, perché sfuggano. Al male connaturato agli umani, che tanto più è pericoloso per i ragazzi che generosamente si espongono in quelle realtà dove l’incontro fra ottime intenzioni, carisma, narcisismo, potere, relazione di aiuto e modello impresa crea una miscela pericolosa e in certi casi letale su cui è bene tener sempre uno sguardo critico. Quanto a Libera, ho dedicato per più di 4 anni tutto il tempo delle mie giornate e molte notti, con passione e grandi responsabilità, alla sua nascita [anche se oggi il ritocco sovietico alla foto ufficiale mi qualifica osservatore partecipante, secondo la definizione involontariamente umoristica di Dalla Chiesa] e vi ho incontrato alcune delle persone migliori della mia vita. Niente secondi fini, cari amici, niente provocazione intellettuale o baggianate simili: non mi appartengono e meno che mai mi interessano in questo momento.

Una cosa vera la dice Dalla Chiesa: che quel che racconto ne I Buoni è vero di tantissime realtà organizzate, antiche come il Pci e Lotta Continua, così come contemporanee. E addirittura non scorge la contraddizione in cui lui stesso cade anche quando ricorda sul suo blog [ed è giusto che lo si ricordi] che proprio quel don Ciotti che secondo lui dovrebbe esser l’oggetto della mia presunta critica ha appena urlato a Latina le stesse cose che penso io e che emergono dal mio racconto a proposito delle associazioni. Ma tant’è, lo scatto irriflesso dell’insulto indica che ho toccato qualcosa di molto molto permaloso, vedo. Fin troppo facile parlar di nervi scoperti. Se la coda è di paglia che bruci, ma non mai per una fiamma accesa da me. Capitò ad autori ben più grandi di me, come Bianciardi che dovette scontar fino alla fine dei suoi giorni la cattiva coscienza di G.G.Feltrinelli che si era voluto riconoscer nel Moro raccontato nella sua Vita agra.

Non è indispensabile che il dr Caselli abbia una buona opinione del libro, né che lo legga, né che intervenga sulle sue questioni di fondo, ma almeno avrebbe potuto dir qualcosa sui temi che anche don Ciotti affronta e che, sia pure in superficie, nel romanzo ci sono. Ad es. l’esistenza di una carità operosa e discreta a fianco e nelle crepe degli imperi caritatevoli, o il dramma del marketing e della professionalizzazione* che scavalcano le motivazioni etiche e la gratuità dell’impegno, le manomissioni linguistiche e retoriche, i rituali di sottomissione delle comunità chiuse ove anziché la religione o la morale laica si celebrano culti pagani del Capo. Cose così. Ma lui preferisce usar a sproposito la battuta volgarissima pronunciata da un mio personaggio [serve a connotarne il maschilismo ed è volutamente grottesca] per insinuar surrettiziamente che essa rappresenti il punto di vista dell’autore sul mondo che racconta. Mah. Sono peccatore, reo confesso e come tale non in grado di far la morale a nessuno, ma mi impegno a non soffocar mai i dubbi, in primo luogo su me stesso. È una questione di ginnastica mentale e morale e un metodo per non assomigliare ai dottori della legge che sprofondano sempre più nella loro cecità interiore, privi di umiltà e di dubbi di cui proprio domenica, commentando il vangelo di Giovanni, ha parlato Papa Francesco. Spero almeno mi sia risparmiata una lettura dietrologica anche di questa replica. Anche se si rinnoveranno attacchi e sarcasmi non aggiungerò altro. La violenza dell’insulto confortata da firme importanti ha già iniziato a trasformarsi sui social network in espressioni di vero odio e addirittura non manca chi incita all’azione nei miei confronti (!). Eppure il dr Caselli accusa me d’invocar manganelli, roghi e manifestar nella figura di un personaggio del romanzo che lui definisce tout court psicopatico certe oscure volontà di vendetta [Ripeto: contro che cosa?]. Ovviamente non è richiesta al bagaglio professionale di un magistrato la capacità di capire le metafore. Ma il finale del romanzo, che Caselli [forse con un riflesso, questo sì, professionale] legge come un’istigazione al linciaggio, è invece una metafora che ora posso a cuore saldo applicare a me stesso e ai miei illividiti accusatori: arriva per tutti, immancabilmente, un Dies Irae. Il mio non è neanche fra molto e io so, con coscienza serena e pulita, che il loro sarà peggiore.

* Fu Leonardo Sciascia a parlare di professionisti dell’antimafia… 

L.Rastello nasce nel 1961 a Torino, dove vive; laureato in filosofia, è per anni redattore della rivista L’Indice dei Libri del Mese, di cui diventa direttore; nel ’93 fonda il Comitato accoglienza profughi ex Jugoslavia di Torino; dal ’93 al ’97 lavora col Gruppo Abele e l’Italian Consortium of Solidarity in ex-Jugoslavia; nel ’98 pubblica La guerra in casa [Einaudi], un reportage-racconto-romanzo sulle contraddizioni della cooperazione internazionale nelle guerre jugoslave degli anni ’90, definito da Roberto Saviano il più bel libro sulla bestialità umana. Dirige la rivista Narcomafie, lavora come inviato per il settimanale Diario, ma il cuore della sua crescita civile e professionale è la Bosnia Erzegovina, che egli percorre come giornalista free-lance e, come volontario, lavora nei Balcani, nel Caucaso, in Asia centrale, Africa, Sudamerica. Nel 2010 pubblica La frontiera addosso, Così si deportano i diritti umani [Laterza] sul tema dei diritti calpestati dei rifugiati; seguito da Binario morto, Lisbona-Kiev, Alla scoperta del Corridoio 5… [Chiarelettere]. Collaboratore di Repubblica, annovera altri libri: Piove all’insù [Bollati Boringhieri], Io sono il mercato, sul narcotraffico, …

Grazie, Rastello. Ci riserviamo di rintracciare gli articoli de Il Fatto e riportarli qui. A presto! GRAF

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La recensione. Il romanzo-denuncia di Luca Rastello: una brutta storia nel mondo de I buoni; originale, inquietante, documentato, il libro è un viaggio senza speranza dentro un’esperienza di volontariato professionale, ove operano quasi solo illusi o peccatori. Dal punto di vista letterario, il romanzo è un’opera di grande valore: una trama originalissima; una conoscenza profonda dei temi trattati; uno stile di scrittura denso e febbrile, pieno di scarti ma sempre controllati; un’atmosfera inquietante e tesa, che resta tale fino all’ultima riga. Ma a pochi giorni dall’uscita, ha generato una vivace discussione soprattutto per il soggetto scelto dall’autore e per l’obiettivo che il libro esplicitamente persegue: la denuncia dei difetti del volontariato professionale, la critica di ciò che non funziona nelle attività non profit e in generale nel mondo di coloro che vengono chiamati i buoni. Una denuncia che Rastello, uno dei più affermati giornalisti e scrittori d’inchiesta italiani, fa dimostrando di conoscer bene l’ambiente di cui parla.
Il romanzo inizia in una città dell’est europeo, nell’inferno dei ragazzi delle fogne. Aza [Azalea] è una giovane che ne è appena uscita, con tutte le sue cicatrici, grazie all’intervento di un’associazione. L’operatore umanitario Andrea la attira a sé, fino a diventarne l’amante, nel nord Italia, in una città mai nominata eppure mirabilmente descritta: una città bastonata, che aveva difeso con orgoglio il suo sogno di industria e che ora vive un nuovo sogno, un futuro terziario promesso ogni sera e rimandato. La porta in una ex fabbrica, ora piena di plexiglas e box in cartongesso, che è stata donata come sede all’associazione In punta di piedi onlus. Un impero caritatevole che si occupa di tossicodipendenti, malati di Aids, prostitute, detenuti, guidato da un prete carismatico dallo sguardo sofferente e dalla voce dolente, don Silvano, che incarna potere e noncuranza, gira con la scorta perché combatte le mafie, è amico dei più grandi politici, magistrati, giornalisti, architetti, comici, rockstar.
Aza, intelligente e pura, sale con rapidità la scala de I piedi, fino a diventar la persona di massima fiducia di don Silvano, e scopre nel corso del romanzo tutto ciò che in questa parte del mondo dei buoni appare incomprensibile: l’autoritarismo e il narcisismo dei capi, la non coincidenza tra parole azioni, la spregiudicatezza e la gestione disinvolta degli aspetti economici. Aza interiorizza il lessico particolare de I piedi – l’umiltà, lo sporcarsi le mani, la memoria che si fa impegno, il seminare futuro, i piccoli passi, il rispetto, il metterci testa, la fatica, il cammino, il primato della persona, la condivisione, la frusta dell’oltre. Ma impara anche a maneggiare i due codici che percorrono l’associazione: quello palese che si recita ogni giorno come un rosario e quello occulto, tanto più praticato quanto più sei in alto nella piramide: al primo si attengono gli illusi, il secondo rende peccatori.
Ci conduce in un mondo dove gli equilibri del potere interno cambiano in continuazione, dove i dipendenti non vengono licenziati, ma accompagnati e invitati a guardarsi intorno. Dove si resiste al massimo due anni, oppure si rimane per tutta la vita. Dove si può precipitar dalla propria posizione gerarchica per una parola sbagliata; dove la gestione degli stipendi, dei contributi e dei bilanci stessi nasconde varie irregolarità; dove ci si affida a un manager che poi finisce in carcere; dove il dipendente che rivendica i diritti minimi del lavoro è rimproverato di sindacalismo, perché qui si condivide un progetto di vita, non sono i soldi che contano. Dove insomma la retorica della legalità si scontra con la prassi e dove la morale è spesso doppia.
Quanto sa il prete-leader di tutto ciò? A don Silvano spettano i principi, si legge in una pagina. E se è vero che lui conosce tutti i meandri del suo impero, in effetti la conduzione effettiva e minuta pare sfuggirgli di mano, o non interessarlo. Specie con l’avvento della Grande rete per la legalità, l’insieme di associazioni che il sacerdote mette insieme nella lotta contro le mafie. Il romanzo tocca qui un altro aspetto cruciale del mondo dei buoni: la successione ai fondatori, il passaggio ai nuovi dei valori etici e delle consuetudini. E si fa ancora più impietoso: nella descrizione dei giovani rampanti che promuovono e amministrano la Grande rete; nella critica della sua studiata dialettica: Chi non è con noi è contro di noi. E quindi con le mafie! La Grande rete diventa la nuova cosmesi del sudario dei caduti e un culto dei morti.
Mentre il protagonista continua a girare, a commemorare, a celebrare, diventando un personaggio sempre più popolare, l’associazione vive una crescente difficoltà e il romanzo arriva alle pagine più sconvolgenti. La prima è l’omelia di don Silvano ai funerali di una grande tragedia sul lavoro: le sue frasi commoventi e le sue invettive contro l’avidità, il profitto a tutti i costi sono alternate alle parole di gestori e amministratori de I piedi: uno spiega perché la cooperativa vincerà l’appalto [paghiamo di meno il personale, il nostro è lavoro motivato]; un altro ha trovato il modo di annullare i contratti a tempo indeterminato [nel sociale si può tutto]; un terzo, a funerali finiti, domanda cinicamente se gli operai sono poi risortiLa II pagina è quella che dà il senso al romanzo, in quanto opera che intende (anche) mostrar le profonde contraddizioni e le derive dell’universo dei buoni. Mentre Aza, ormai disorientata, scompare, Andrea spiega all’uomo che dalla città delle fogne è venuto a vendicarla qual è la vera funzione di persone come don Silvano, e perché è così amato: Perché abbiamo bisogno di lui, tutti; abbiamo bisogno di convivere con il male, fingendo di combatterlo. Abbiamo bisogno di accettare un mondo inaccettabile che ci stritola, e abbiamo bisogno di abitarlo sotto anestesia. Ma abbiamo bisogno anche di fingere di combattere, e di amare la lotta. Don Silvano garantisce che farà il lavoro al posto nostro. Tutti lo amano. Perché lui cavalca con le insegne del bene. Combatte lui la battaglia che noi non abbiamo il tempo di combattere: non vincerai mai con lui, e neppure gli toglierai la maschera. Noi siamo l’acqua in cui cresce la pianta, amico mio: lo difenderemo fino alla morte, pieni di gratitudine per il velo che mette tra noi e il mondo.
Il libro di Rastello può dare una lezione valida per tutti, che siano cittadini comuni o operatori del non profit. Il discorso pubblico attorno a questo mondo, così importante per la tenuta sociale, ma così appesantito da un’enfasi retorica a volte insopportabile, deve ripartire con urgenza coinvolgendo non solo gli addetti ai lavori. I buoni, insieme al recente Contro il non profit di Giovanni Moro, e anche a L’industria della carità di Valentina Furlanetto, può aiutare in tal senso chi non lo vorrà considerare soltanto un romanzo pregevole. Ma con una avvertenza: questo è un libro su/contro un preciso modello di azione sociale. Per quanto significativo e seguito da altre organizzazioni, esso è solo un capitolo di quella storia rivoluzionaria dell’impegno sociale che rimane, in gran parte, da scrivere. Una storia che non è fatta solo dai don Silvano. Se non si può chiedere a un romanzo di parlar di tutto il resto, è dunque opportuno leggerlo tenendo conto che il resto è composto da moltissimi uomini e donne, religiosi e laici, che usano altri linguaggi, lavorano tenendosi lontano dai microfoni e dai palazzi, non coltivano troppo le amicizie potenti, rispettano nelle loro associazioni i diritti dei collaboratori, adottano gestioni democratiche, tengono i conti in ordine e senza scorciatoie.



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