Perduca a Genova: sabato 6.9.2014

[Caro Gian Piero,] Sabato 6 settembre, alle ore 18.30 allo spazio libri della FESTA dell’UNITA’ di GENOVA, Area Porto Antico, si presenta il mio libro “Operazione Idigov, come il Partito Radicale ha sconfitto la Russia di Putin alle Nazioni unite“. A presto! MarcoCop-Idigov_1

questa paginala scheda di presentazione del libro con l’introduzione di Emma Bonino  e le 9 recensioni uscite ad oggi; nei prossimi giorni, il programma definitivo della serata; programma della Festa. E’ uscito “Operazione Idigov, come il Partito Radicale ha sconfitto la Russia di Putin alle Nazioni unite” il primo libro dell’ex senatore radicale Marco Perduca con l’introduzione di Emma Bonino

http://www.radicalparty.org/it/content/operazione-idigov-come-il-partito-radicale-ha-sconfitto-la-russia-di-putin-alle-nazioni-unit

Operazione Idigov racconta come, nella primavera del 2000, la Federazione russa di Vladimir Putin chiese l’espulsione del Pr dalle Nazioni unite per aver fatto parlare davanti alla Commissione diritti umani di Ginevra il parlamentare ceceno Akhyad Idigov. Leggi le recensioni apparse su Formiche, Il Foglio, l’OpinioneStrade, l’AvantiNotizie Radicali, ilGarantista, sul blog di Andrea Riscassi e su FuturoQuotidiano. Qui invece il link al blog dell’autore.

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Attraverso la pubblicazione di documenti ufficiali del governo Russo e dell’Onu, memorandum interni del Partito e ricordi personali di Perduca, all’epoca rappresentante radicale all’Onu, Operazione Idigov ripercorre le iniziative istituzionali, politiche e parlamentari messe in atto tra Roma, Bruxelles e New York perché l’Onu rigettasse la richiesta russa. Pur non volendo esser un manuale di lobby, il libro rappresenta un documento singolare nel suo genere poiché racconta come l’unico Partito politico che è riconosciuto all’Onu come organizzazione non-governativa sia riuscito a suscitare il sostegno di decine di paesi non solo per se stesso ma anche per quello che negli anni esso ha rappresentato all’Onu: un partito al servizio dei silenziati e degli oppressi di mezzo mondo. Il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito è affiliato al Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite dal 1995. Negli anni i Radicali son riusciti a mobilitar con successo l’opinione pubblica e i governi di mezzo mondo nel perseguimento di obiettivi di rilevanza globale come la creazione dei tribunali ad hoc per la ex Yugoslavia e il Ruanda, l’istituzione della Corte penale internazionale, la proclamazione di una moratoria universale della pena di morte e la messa al bando delle mutilazioni genitali femminili. Nella postfazione di Operazione Idigov, Marco Perduca solleva l’interrogativo di cosa succederebbe oggi se un altro Stato membro dell’Onu attivasse di nuovo la procedura di sanzione nei confronti del Partito Radicale.

Sull’autore: Marco Perduca (Firenze 1967) è stato senatore radicale dal 2008 al 2013 in Commissione esteri e giustizia e segretario della Commissione speciale per la tutela dei dritti umani del Senato della Repubblica; prima di una breve parentesi come consulente alla Farnesina [2006-2008], Perduca ha rappresentato il Partito Radicale all’Onu tra New York, Ginevra e Vienna – responsabilità che ha ripreso dall’inizio del 2014; per 2 anni è stato coordinatore del gruppo italiano della Ong Parliamentarians for Global Action, è membro dei consigli direttivi di Nessuno Tocchi Caino e Non c’è Pace senza Giustizia; ha un blog su HuffingtonPost.it; su twitter è @perdukistan.

In allegato la copertina del libro di Aurelio CandidoOperazione Idigov può esser acquistato online ai siti: Amazon |Mondadori Feltrinelli Ibs Libreria universitaria UniLibro 

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Ps: ma cosa hanno, in comune, Della Vedova [v. art. prec.] e Perduca, oltre al fatto d’esser entrambi iscritti al PR “transnazionale” ? Ma l’aver sottoscritto le interrogazioni sul caso Buscaglia, che diamine! Il 1° al Parlamento europeo, il 2° a quello italiano! … Ammesso che abbiano davvero letto ciò che hanno firmato (magari riflettendo ‘nu poco sulla genesi e sul vero significato di quella storia), Chissà se ‘cci pensano ancooora, chissà! :-(

 

Della Vedova a Sanremo: giovedì 4.9.2014

Sanremo: giovedì tavola rotonda sulla condotta delle ostilità nei conflitti armati. All’evento, posto sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e il Patrocinio dei Ministeri della Difesa e degli Esteri, prenderà parte il Senatore Benedetto Della Vedova, Sottosegretario di Stato per gli Affari Esteri.
della vedova
La condotta delle ostilità è la caratteristica distintiva dei conflitti armati; le norme di diritto internazionale umanitario che regolano la condotta delle ostilità mirano a crear un adeguato equilibrio tra due principi: necessità militare e umanità. L’applicazione di tali norme è necessaria per limitar il disastroso costo umano dei conflitti armati, in particolare per evitar vittime civili, distruzione di infrastrutture civili, sfollamento di civili coinvolti loro malgrado nel conflitto. La 37^ tavola rotonda sui problemi attuali del diritto internazionale umanitario, in programma a Sanremo dal 4 al 6/9 all’Hotel Londra cercherà di rafforzare e chiarir la comprensione delle norme e la prassi inerenti la condotta delle ostilità; un impegno fondamentale per garantir che tali norme siano sempre rispettate, anche nel cuore del conflitto. La tavola rotonda, organizzata dall’Istituto di Sanremo insieme al Comitato Internazionale della Croce Rossa di Ginevra, si concentrerà in particolare sull’interpretazione corrente dei principi che disciplinano la condotta delle ostilità e di come sono o dovrebbero esser applicati anche alla luce degli sviluppi del conflitto, con l’obiettivo di identificar delle “lezioni” dai recenti conflitti armati guardando anche alle migliori pratiche nel campo della formazione. All’evento, posto sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e il Patrocinio dei Ministeri della Difesa e degli Esteri, prenderà parte il Sen. Benedetto Della Vedova, Sottosegretario agli Esteri. I lavori si avvarranno del contributo e dell’esperienza di esperti di diritto internazionale umanitario e professionisti provenienti da circoli accademici e militari di tutto il mondo impiegati in contesti operativi. La cerimonia d’apertura della tavola rotonda avrà luogo giovedì mattina alle 10 presso il Centro Internazionale Congressi del Grand Hotel Londra di Sanremo.

http://www.sanremonews.it/2014/08/30/leggi-notizia/argomenti/altre-notizie/articolo/sanremo-giovedi-tavola-rotonda-sulla-condotta-delle-ostilita-nei-conflitti-armati.html

b. della ved.
Nell’occasione, segnaliamo questo articolo – anche se di altro argomento – di Benedetto Della Vedova, apparso su La Stampa del 31.08.2014:
Marijuana, ecco perché allo Stato converrebbe legalizzarla (e tassarla)
Quello 0,1% in meno nel rapporto deficit/Pil che deriverà dai nuovi criteri Eurostat nel calcolo della ricchezza prodotta ogni anno, comprensiva dei proventi di alcune attività illecite, beneficerà l’Italia meno della media Ue. Saranno compresi solo scambi illeciti fondati su transazioni volontarie, come nel caso della droga e prostituzione, e non sulla coercizione, come l’estorsione. Questo ci ricorda che il consumo di cannabis è un pezzo della nostra economia. Si tratta di un mercato particolare, in cui l’economia legale [i redditi consumati in marijuana son di norma dichiarati e tassati] trasferisce risorse a quella illegale. Immagino le critiche e specifico: nessun giudizio positivo sul consumo di cannabis. Il punto è questo: per altri consumi nocivi come alcol e tabacco si è intrapreso da tempo un percorso diverso, quello dell’informazione, dissuasione, tassazione. Alcol e tabacco fanno bene? No. Provocano danni sociali e sanitari? Sì. Ma nessuno propone di consegnarne al mercato illegale la produzione e il commercio, cosa che avrebbe anche l’effetto di accrescere il prezzo e privar l’erario di entrate ingenti. La domanda: ha ancora senso lasciar che sia la criminalità organizzata a rifornir i 4,5 milioni di italiani consumatori di spinelli? Di recente l’Uruguay e gli Stati del Colorado e di Washington [Usa] han legalizzato produzione e vendita di marijuana per uso ricreativo oltre che terapeutico. Si è aperta una prima breccia nell’ordine proibizionista, è possibile iniziar a misurar gli effetti. In Colorado a giugno 2014, dopo 6 mesi dalla legalizzazione della vendita al dettaglio e 18 mesi dalla decriminalizzazione, gli incidenti d’auto non sono aumentati e i reati son persino diminuiti, secondo la polizia di Denver: non è stata necessariamente la legalizzazione a ridurre il crimine, ma di certo non ne ha prodotto un aumento. L’eliminazione delle pene detentive per piccoli reati connessi alla marijuana fa risparmiar al Colorado fra i 12 e 40 milioni di dollari l’anno, mentre il gettito fiscale della legalizzazione nei primi 6 mesi 2014 è stato superiore a 30 milioni di dollari, comprendendo la marijuana per uso medico. Per volontà referendaria, le entrate fiscali saranno destinate al sistema scolastico e alla sensibilizzazione contro l’abuso di stupefacenti. Per il piccolo Colorado [5 milioni di abitanti] la legalizzazione della marijuana ha rappresentato un business di quasi 1 miliardo di dollari sottratto all’economia criminale, con un potenziale di nuovi occupati di circa 10.000 unità, 2000 dei quali già realizzatisi secondo il Marijuana Industry Group Usa. Per l’Italia, grande 12 volte il Centennial State, parleremmo di numeri molto maggiori, significativamente positivi per i conti pubblici. Il libro bianco “Il mercato delle droghe: dimensioni, protagonisti, politiche”, a cura di Guido M.Rey, Carla Rossi, Alberto Zuliani, ha stimato il fatturato 2010 del narcotraffico in Italia in circa 24 miliardi di euro. Le analisi più recenti sul mercato dei soli derivati della cannabis portano a una stima di oltre 7 miliardi di euro annui. Oggi è possibile, più o meno approssimativamente, stimar il costo del proibizionismo sulla cannabis, dato dalla somma della spesa pubblica destinata all’attività di repressione e del mancato introito fiscale sulla produzione e sulla vendita. Legalizzando questo mercato -che è il più vasto in termini di consumatori e il meno problematico in termini sociali e sanitari- e imponendo una tassazione abbastanza alta da non promuover il consumo, ma non troppo da incentivar il ricorso al mercato illegale [in ipotesi, la stessa tassazione dei tabacchi: circa i ¾ del prezzo di vendita] lo stato risparmierebbe sul fronte della repressione e riscuoterebbe entrate oggi interamente assorbite dai profitti criminali. Si tratterebbe di grandezze molto importanti dal punto di vista economico e fiscale. E’ ovvio che tale “ricchezza” non sarebbe creata dal nulla -dal prossimo mese la troveremo contabilizzata nel Pil- ma sarebbe strappata alla criminalità e ricondotta a un regime legale, più compatibile e gestibile in termini politici e sociali. Tanto più che la repressione proibizionista -comunque la si voglia considerar in termini morali o di principio- non dà risultati positivi né sul lato dell’offerta, né su quello della domanda delle sostanze proibite. E non impedisce, ma favorisce l’inquinamento criminale dell’economia legale, attraverso l’utilizzo dei profitti illeciti e dell’enorme potere di controllo politico-territoriale delle narcomafie. La mia opinione è che di questo non solo si possa, ma si debba discuter senza pregiudizi.

“IN VIA DEL CAMPO NASCONO I FIORI”

“IN VIA DEL CAMPO NASCONO I FIORI”

Presentazione del libro della trans genovese ROSSELLA BIANCHI giovedì 17 luglio alle 21 in Via Garibaldi presso la Libreria Borgolungo di Zeffirino Zali .

IN VIA DEL CAMPO NASCONO I FIORI

rossell

in via del campo

http://www.corriere.it/reportage/cronache/2014/rossella-bianchi/

CONGRESSO e… occhio all’Europa!

VIII CONGRESSO italiano PARTITO RADICALE: Roma, 23-25 maggio 2014

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Caro “GRAF”,
ti preannuncio che l’VIII Congresso italiano del Partito Radicale si terrà a Roma a partire dal primo pomeriggio di venerdì 23 maggio a domenica 25 fino a conclusione dei lavori.
E’ quanto ha appena deliberato all’unanimità il Senato del Partito Radicale alla presenza dei responsabili dei soggetti costituenti (Radicali Italiani, Non c’è Pace senza Giustizia, Nessuno Tocchi Caino, Certi Diritti, Associazione Luca Coscioni, Esperanto Radikala Asocio, Anticlericale.net) riunitosi formalmente a Roma il 2 e 3 maggio 2014.
In allegato troverai un brevissimo messaggio che ho registrato per Radio Radicale. Ho voluto avvisarti immediatamente di questa decisione riservandomi di inviarti nelle prossime ore la convocazione ufficiale.
Spero che voi possiate, se non lo avete ancora fatto, iscrivervi al Partito Radicale per tentare insieme di compiere questo sforzo
Un abbraccio,

Marco Pannella

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Stefano Petrella (GE), già iscritto al PRNTT-2014 e anche a NTC, ma impegnato come presidente di seggio a Genova; Gian Piero Buscaglia (IM), già iscrittosi a rate nel 2014 al PRNTT, ma occupato come scrutatore ad Imperia; Francesco Piro (Bordighera), già iscritto al PRNTT nel 2014; etc. …

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Link al messaggio registrato per Radio Radicale:

http://www.radioradicale.it/scheda/410428

SE LA POLIZIA SI FA PARTITO…

Il Partito della Polizia“, mercoledì 16 aprile h.18 presso libreria Ubik, Savona; incontro col giornalista e scrittore Marco Preve per la presentazione del libro “Il partito della polizia”: il sistema trasversale che nasconde la verità degli abusi e minaccia la democrazia [edizioni Chiarelettere]; introduce il giornalista Marcello Zinola.

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La polizia gestisce appalti milionari con deroghe selvagge alle procedure, produce anomalie che, a loro volta, generano reiterate violazioni delle regole imposte dal Codice dei contratti pubblici...” [Relazione della Commissione ministeriale a cura del prefetto Bruno Frattasi]. “Non c’è la consapevolezza di una patologia. Qui in Italia si vogliono salvar le persone; è un sistema di potere per cui ogni uomo deve rimanere al suo posto; chi li tocca è un eversore, e anche la stampa ci mette del suo” [Enrico Zucca, pm al processo Diaz di Genova].
Il libro ripercorre i principali episodi di violenze e abusi perpetrati da uomini in divisa: dalle torture al giovane picciotto Totò Riina, all’irruzione nella scuola Diaz di Genova, fino ai recenti casi di Federico Aldrovandi e Giuseppe Uva. “Speriamo che muoiano tutti. Tanto uno già… 1-0 per noi!” [la poliziotta del 113 così si espresse dopo la morte di Carlo Giuliani]. “Lo si teneva fermo, venivano legate le gambe e poi iniziavano a iniettar acqua e sale con un imbuto…” [commissario Salvatore Genova sulle torture ai brigatisti]. “Segatto lo colpiva alle gambe col manganello, Pontani e Forlani lo tenevano schiacciato a terra mentre Pollastri continuava a picchiarlo…” [la Cassazione ricostruisce l'uccisione di Aldrovandi a opera di quattro poliziotti].
Preve descrive la sorprendente rete di protezione della quale hanno goduto i super poliziotti condannati per la macelleria messicana e le false molotov nella Diaz del G8; gli appalti da centinaia di milioni gestiti da detective con scarsa dimestichezza con la matematica. Fino al capitolo dedicato alle opacità nella scelta dei membri della DIA, Direzione investigativa antimafia. Imputati, condannati, premiati. Nessun abuso può esser commesso contro cittadini inermi; se non è così, i responsabili devono saltare: in Italia ciò non è avvenuto e continua a non avvenire, dai tempi delle torture alle Br fino alle morti di Cucchi, Aldrovandi, Uva e molti altri. La polizia non garantisce la sicurezza, la politica non sorveglia, la stampa non sempre denuncia, la magistratura non sempre indaga. Perché queste anomalie? Come rivela Filippo Bertolami, poliziotto & sindacalista (!), “negli ultimi anni si è assistito al paradosso di un sistema capace da un lato di coprire e premiare i colpevoli di violenze e insabbiamenti, dall’altro di punire chi ha osato mettersi di traverso“. Il sistema statuale “da un lato di copre e premia i colpevoli di violenze e insabbiamenti, dall’altro punisce chi ha osato mettersi di traverso“, è in effetti il solo a garantire a questo sistema economico unità e compattezza, stabilità e sicurezza durature. Lo invitiamo a mettersi in contatto col sig. Giardullo, già segretario generale SILP-CGIL, poi entrato in politica con Rivoluzione civile, espressamente contrario all’ipotesi del numero identificativo su caschi e divise delle forze dell’ordine [intervista su MicroMega, 18.01.2013). Quel numerino ce l’hanno anche in Turchia.
Vince la paura. Il partito della polizia è troppo forte: troppe protezioni politiche a destra e a sinistra. Da Berlusconi a Prodi, Violante, Renzi: De Gennaro [ora presidente Finmeccanica] e i suoi collaboratori non si toccano. Troppe onorificenze e troppe amicizie, anche tra i media.
Il partito della polizia è anche il partito degli affari: mentre vengono assegnati appalti miliardari, le auto di servizio restano senza benzina. “Se non c’è una cultura del diritto in chi orienta il pensiero collettivo – sostiene il criminologo Francesco Carrer [quello del dossier 2006 sulla mafia nel Ponente ligure], mi chiedo come possa nascere in un corpo di polizia, i cui vertici sono più attenti ai desiderata dei politici che alle esigenze di chi è in prima linea”.
Un’inchiesta scomoda, quella di Preve, ma non contro la polizia, anzi: il riconoscimento dell’importanza e della delicatezza del suo ruolo esige particolare rispetto, ma anche trasparenza. Un libro che è un contributo per trasformare la polizia e ridare fiducia ai tanti commissari Montalbano che lavorano in tutte le questure d’Italia [da Il Fatto Quotidiano del 21.03.2014]
Marco Preve è nato nel 1963 a Torino; cresciuto a Savona, vive a Genova dove è cronista di giudiziaria e della redazione locale de “Repubblica”; ha seguito le indagini sul serial killer Donato Bilancia, il giallo della contessa Agusta, le principali inchieste in tema di corruzione e soprattutto il G8 di Genova del 2001 e tutti i processi che ne son seguiti. Collabora con “l’Espresso” e “MicroMega”. Ha un blog intitolato “Trenette e mattoni”, e ha scritto due libri, sempre con Chiarelettere: IL PARTITO DEL CEMENTO, nel 2008, con Ferruccio Sansa; LA COLATA, nel 2010, con Ferruccio Sansa, Andrea Garibaldi, Antonio Massari, Giuseppe Salvaggiulo.
Scrive Marco Preve: “La polizia ha sempre funzionato come termometro di una democrazia; più è presente nella società, meno quella società è libera e democratica. Nessuno Stato può fare a meno della polizia, ad essa è affidato l’ordine pubblico, la difesa della proprietà privata, l’incolumità delle persone. Il sacrificio di una piccola porzione di libertà individuale vale la pena se in cambio tutti si sentono più sicuri. A patto che, attraverso le istituzioni, la società sia in grado di controllar l’operato dei poliziotti e riesca a intervenire laddove emergano degli abusi. Sembra semplice, ma nell’Italia di questo inizio Duemila le responsabilità e i ruoli sono saltati e noi cittadini liberi ne abbiamo fatto le spese. Più temiamo [piuttosto che rispettare] la nostra polizia e più siamo un Paese che ha un problema reale: la catena di comando della Polizia di questi ultimi anni [da De Gennaro in poi] ha avuto gravi responsabilità passate in giudicato [dalla scuola Diaz, ai fatti della caserma Ranieri a Napoli per citane un paio] ma non ne ha mai pagato il conto, anzi: i colpevoli hanno fruito tranquillamente di promozioni e solidarietà ai più alti livelli. Solo l’ultimo grado di giudizio ha “costretto” la politica a rimuovere i condannati. A ciò aggiungasi [osserva Francesco Carrer] l’atteggiamento di molti SINDACATI, nel proprio corporativismo (o spirito di corpo?) più realisti del re e più attenti ai propri iscritti e alle loro deleghe che non ai cittadini. Scegliendo un esempio fior da fiore, in Francia e in Italia queste organizzazioni si sono fieramente opposte alla possibilità di controlli sul personale. Forse che la negazione aprioristica di comportamenti negativi (…) e la difesa dei loro possibili autori non è simile all’accettazione delle fabbriche di armi in nome della salvaguardia dei posti di lavoro? Più prosaicamente, “ogni paese ha la polizia che si merita e, comunque, che è stato capace di darsi“.
La Diaz è fondamentale perché è la prima volta in Italia, ma forse in Occidente, dove c’è la condanna di poliziotti di così alto grado. È un unicum e si spera che rimanga tale. Ci fu la violenza, la falsificazione di prove. Per assurdo si potrebbe dire “può capitare” e invece no. La Diaz è fondamentale per veder gli intrecci di potere a livello di coperture e interessi. La polizia fece quadrato, le istituzioni anche, alcune delle figure coinvolte vengono salvaguardate fino alla Cassazione. E De Gennaro, che pure non risultava indagato, aveva comunque una responsabilità gerarchica in quella vicenda. Ma ha fatto la carriera che sappiamo.
Marco Preve ha detto a Cadoinpiedi.it: “Gli ultimi vent’anni ci dimostrano che c’è un gruppo, quello di De Gennaro e dei De Gennaro boys, che non si tocca”. La Diaz è stato forse il momento in cui i rapporti tra polizia e cittadini si sono fortemente incrinati, un fatto che ha segnato e continuerà a segnare intere generazioni, soprattutto per l’assenza di una soluzione in tempi brevi. Se ci fosse stata una reazione del Paese, del governo, forse poteva essere tutto sommato archiviata. Quella vicenda ha creato una ferita non solo in una parte ideologizzata, quella dei centri sociali e dei movimenti, perché a Genova c’erano tanti giovani dei movimenti pacifisti. È stata una ferita vera e propria per la democrazia. Ciò che è successo dopo è la dimostrazione dell’esistenza di un gruppo all’interno della polizia che io chiamo “il partito della polizia” perché si muove come un partito, con rapporti di potere molto stretti con altri poteri. Esso nasce nell’ultimo ventennio sotto il segno di Gianni De Gennaro e dei De Gennaro Boys. Manganelli, Pansa, appartengono tutti a quel gruppo nato negli anni ’90 e formatosi nella lotta alla mafia ottenendo grandi riconoscimenti. Sia chiaro: un episodio non può cancellare tutto quanto fatto prima, ma chi si macchia di una vicenda gravissima dovrebbe farsi da parte. Questo non avviene perché c’era stata un’occupazione del gruppo di potere ai vertici. Si tratta di chi decide i questori, i prefetti. Non dimentichiamo che, prima della spending review di Monti, il capo della polizia guadagnava 500-600 mila euro, quasi 8 volte quello che guadagna il capo dell’americana Fbi; e gestiva i Pon sicurezza, appalti che hanno sfiorato il miliardo di euro, tutti decisi all’interno del Viminale e che in alcuni casi hanno portato a delle inchieste, come quella che a Napoli coinvolge Finmeccanica. È una vera e propria ramificazione del potere.

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Politically incorrect : I BUONI ipocriti

Non c’è retorica che possa reggere alla verità della letteratura. “I BUONI”, romanzo vero e spietato, ritratto lucido e feroce della retorica del bene, con un finale alla Dostoevskij, capace di metter a fuoco ciò che è sotto i nostri occhi e che pure – per negligenza o istinto di conservazione – non vogliamo vedere. Alla fine, a sentirci scoperti siamo noi: il nostro bisogno di convivere con il male fingendo di combatterlo, la necessità di accettare un mondo che ci stritola, abitandolo sotto anestesia.

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Vittorio Giacopini, 13.04.2014, Domenicale del Sole24ore: http://www.minimaetmoralia.it/wp/?p=20010&preview=true – Quando Aza, ragazza dell’Est, lascia i cunicoli e il suo popolo degli abissi di sbandati, l’ingresso nel mondo dei buoni ha le stimmate di una rinascita totale, però obbligata. Ai piedi delle colline, tra gli scheletri d’acciaio di templi del lavoro ora in disuso, la città che era stata operaia la riceve distrattamente: è già qualcosa, ma un inciampo della sorte le muta il destino. Grazie a Andrea e Mauro [un operatore umanitario e un fotografo prestato al terzo settore] la ragazza selvaggia è accolta nel benedicente regno di un prete santo. Per l’esule la comunità adesso coincide con l’intero orizzonte, non ha confini. Attorno all’uomo di Dio – sguardo stanco, voce dolente, capelli lunghi un po’ unti, maglione liso – ruota adorante tutta una corte angelica di mediocri bontà, spente esistenze, trattenute ambizioni, sante parole. Ma gli angeli decaduti non sono altro che diavoli, com’è noto, e in questo libro ferocissimo e spietato – dunque vero – Luca Rastello ci mette in guardia da subito, non cincischia. Bisogna guardarsi da quell’uomo di chiesa e dal suo fascino. È questione di tempra morale e visioni dei rapporti di forza, di linguaggio. Il soccorritore degli ultimi, grande amico dei Potenti e dei famosi, incarna la “forma del mondo“, va temuto. Il carisma equivoco del prete è l’incantesimo del capo di una setta cerimoniosa.
Scritto con rabbia e passione, livida furia, I buoni è un romanzo-verità che gioca su un cambio di prospettive vertiginoso. Aza impara a muoversi tra buoni che buoni non sono, ma fanno orrore. “L’introibo ad altare dei” si muta nel giro di poche pagine nell’accettazione delle regole di una scuola di empietà terrificante. La discesa agli inferi, evocata nelle pagine iniziali sui cunicoli, mostra ora il suo volto più cupo e ordinario, più spiazzante. È l’universo del “sociale”, dei buoni di professione. Rastello, già autore di alcuni libri chiave sul nostro tempo ["Io sono il mercato" fa impallidire Gomorra; "La Guerra in casa" surclassa Lilin], questo mondo lo conosce e sa narrarlo. È questione di potere e di parole: una lingua maledetta, nulla di più e, davvero, nulla di meno. Prima ancora di vederli in azione, basta ascoltarli: spronati dalla “frusta dell’oltre”, sempre pronti a “sporcarsi le mani” a “metterci la faccia”, a “metter testa”, gli adepti del Santo hanno fatto della Legalità un feticcio e della condivisione un “Idola fori“. Senza calcar la mano, Rastello li lascia parlare, questi mostri: nel sociale tutto è possibile, e non è una denuncia, è… Dostojevsky. La descrizione dei meccanismi interni alla vita della comunità ha l’intensità di un trattato di demonologia, genera angoscia.
Il romanzo ha fatto parlar di sé anche per motivi sbagliati, strumentali, superficiali [dietro la maschera, il volto autentico pare riconoscibilissimo], ma il libro di Rastello è un lavoro che vive di vita propria e scardina le nostre coordinate mentali, gli schemi usati. Raramente un testo recente ha saputo raccontare il Male con tanta oggettività e forza; lasciarsi irretire dal ricatto della cronaca o del gossip è puerile: Rastello guarda più lontano. In questo corpo a corpo visionario e maledettamente concreto col reale, la dialettica tra vittime e carnefici è ormai alle nostre spalle, consumata. Il male, oggi, ha il volto di chi fa il bene, predica il bene in perfetta connivenza col Potere, e il trionfo degli angeli caduti sembra scontato. A meno che dal fondo dei cunicoli del dolore e della droga, della miseria, non riappaia – paurosa – una figura del passato. In questo mondo di lupi mascherati da pecore belanti non ci sono né speranza né giustizia: solo vendetta.

Adriano Sofri discute su I BUONI

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Mi piacerebbe una bella discussione, anche la più accesamente polemica: se ne fanno così di rado; invece, sul libro di Luca Rastello, I Buoni, si consuma una brutta discussione. Avevo letto il libro alla vigilia della sua uscita, senza conoscer l’autore se non per i suoi scritti, pregevoli per stile e per l’esperienza vissuta che rivelavano. Questa volta si trattava di un romanzo dedicato a un tema fatale: come far bene il bene, o come non farlo troppo male. Poiché la grande associazione di benevolenza e impegno per la legalità raccontata nel libro evoca nel modo più trasparente don Ciotti e suoi collaboratori, avvertivo che l’identificazione -più piccante per la coincidenza fra l’uscita del libro e l’incontro col Papa- avrebbe dirottato il proposito d’affrontar una questione universale: è avvenuto, con un eccesso di zelo. L’autore, in un’appassionata replica a critici indignati [sul Fatto quotidiano], scrive: “Tutta l’aggressività di cui sono oggetto nasce da un’interpretazione suggerita da Adriano Sofri sul Foglio con un’operazione a mio parere troppo meccanica d’identificazione fra un personaggio del romanzo e don Luigi Ciotti“. Ora io non dubito della sincerità di Rastello, dunque penso che la famigliarità con la vicenda di Libera gli abbia preso la mano nella stesura del romanzo. La mia lettura non era forzata: posso ammettere d’aver preferito che a spalancar gli occhi sul libro non fossero i nemici per partito preso di ogni impresa di carità, di ogni antimafia, oltre che del prete di strada concorrente. Il critico dell’Avvenire, dai toni sereni, ha scritto: “Don Silvano è con ogni evidenza don Luigi Ciotti, e lo è in ogni minuto dettaglio”. In tutt’altro tono, Giancarlo Caselli: “Per qualunque lettore che non sia del tutto scemo non può che essere e certamente è Luigi Ciotti“. Potrei continuare, ma basta: Rastello si persuada di non aver trasfigurato abbastanza la sua trama. Ma non tenevo a sbrigarmi dell’accusa d’aver degradato un bel romanzo a una brutta cronaca. Mi son chiesto che cosa spinga Rastello, in una replica tesa [e infine drammatica: Ai miei illividiti accusatori: arriva per tutti, immancabilmente, un dies irae; il mio non è neanche fra molto e io so, con coscienza serena e pulita, che il loro sarà peggiore] a eccedere, per raddrizzar l’interpretazione che avverte storta, in un’autoaccusa: La scelta di scriver un romanzo è la scelta di affrontar temi generali, se non universali, che riguardano prima di tutto i lati oscuri di chi scrive; ho voluto raccontar un male che è ovunque e che io per primo porto dentro: se c’è un personaggio chiave ne I Buoni è forse il solo Andrea, costruito su di me e sulle mie potenzialità più negative. 
Pure qui Rastello è sincero, ed è l’Andrea mediocremente fallimentare del libro che si è scelto per alter ego: l’avevo segnalato. Ma c’è una gran differenza fra il lato oscuro di ciascuno e la dinamica che esso prende dentro e tanto più in cima a un apparato. Sicchè resto esterrefatto di fronte alla frase conclusiva: Così, ascoltando la lezione di giganti a cui non intendo paragonarmi, posso dire a voce alta e a fronte alta: Don Silvano sono io. Fine delle distinzioni, e fine del romanzo. Rastello non può voler dire la banalità che non saprebbe descriver le miserie di don Silvano se non le sentisse in sé. Il gigante cui nessuno di noi intenderebbe paragonarsi pretese d’espropriar oltre la stessa morte la signora Bovary, di disfarla, dopo averla fatta: Madame Bovary sono io. Lasciamo che esistano, don Silvano e Emma B., e la Aza di Rastello, senza dissolverli dentro l’autore e tanto meno nel comune lato oscuro. Penso che Rastello, che mostra una sensibilità irritata e commovente, abbia voluto allontanar da sé -dentro di sé, prima- il sospetto di maramaldeggiare con difetti e vizi del prossimo suo, di farsene pubblico accusatore e vendicatore, e abbia rincarato la propria correità: un male che io per primo mi porto dentro; io per primo è certo un’esagerazione, forse una superbia.

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Vediamo cosa han detto i suoi accusatori. Gian Carlo Caselli ha definito il libro, dunque il suo autore, spietato e ipocrita. Il nome di don Silvano “un velo farisaico e fittizio; una tempesta di livore così violenta, un risentimento personale”. Fraintendendo episodi finali del romanzo [Rastello ritiene se lo sia fatto raccontare] insinua che per don Ciotti si invochi “la pena di morte”.
Il libro è una sorta di manganello da teppisti prodighi di scomuniche che preludono a roghi purificatori, e così via. L’enfasi che è la cifra di Caselli -altrove appropriata- qui liquida a priori la discussione, e si limita a giustapporre la difesa sentita di Libera: “La storia del Gruppo Abele e di Libera è storia -per tutti- di un impegno costante, faticoso, intelligente, produttivo; su vari versanti: accoglienza e ascolto delle persone in difficoltà; cultura [università della strada, centro studi, casa editrice, percorsi di legalità nelle scuole]; mobilitazione politica su temi sensibili per i diritti e la giustizia sociale [dalla droga alla corruzione]; cooperative sociali di lavoro; iniziative all’estero”. Rivendicazione che non esaurisce il problema, e caso mai ne fissa un versante; ho poca dimestichezza con Libera: quando la incontro, in periferia, me ne rallegro.
Nando Dalla Chiesa, che di Libera è presidente onorario, ha scritto: Vista la partecipazione corale all’assalto da parte di diversi esponenti della fu Lotta continua, vien da chiedersi: ma questi, ancora a 70 anni, che cosa hanno contro la legalità? Non gli va bene quella dei carabinieri, d’accordo, se no si sentirebbero dei frustrati; ma neppure quella dei preti di strada gli va bene? Mi son stropicciato gli occhi, poi ho cercato di rintracciar il commando di fu Lotta Continua all’assalto: non l’ho trovato; ho pensato che magari ero io: ma io ho nome e cognome, e Dalla Chiesa mi conosce abbastanza. Tolta la stupidaggine, Dalla Chiesa ricorre a un argomento rivelatore: E’ da due anni che Libera ha posto in modo ufficiale il tema dell’uso privatistico dell’antimafia; e ultimamente a Latina proprio don Ciotti ha urlato che i primi nemici dell’antimafia sono le associazioni antimafia, invitando tutti a farsi un esame di coscienza. Proprio su queste pagine scrissi giusto 3 mesi fa un articolo intitolato Il circo dell’antimafia: vedevo crescer nelle associazioni e tra i protagonisti dell’antimafia una tendenza alla millanteria, alla superficialità, al vittimismo eroico, una qualche propensione all’affarismo a fin di bene. Non credo affatto [e non lo crede don Ciotti] che Libera sia del tutto immune da questi vizi, sul cui rischio si è tenuta un’importante assemblea nazionale (!) lo scorso febbraio; riconosco l’argomento e il suo tarlo: partiti e sette praticano e all’occorrenza sbandierano l’autocritica, ma non sopportano la critica. E la frase terribile: i primi nemici dell’antimafia sono le associazioni antimafia, non si accorge oltretutto di evocar il paradosso del cretese -sapete: il cretese che dice: tutti i cretesi son bugiardi. Dalla Chiesa rimanda la pratica ai tribunali (!): Ma è possibile far un libro del genere e nascondersi dietro l’espediente del romanzo, quando i protagonisti non solo son riconoscibilissimi, ma si fa di tutto perché lo siano? Non credo che un giudice si berrà la storia del romanzo; anzi, potrebbe esser un’aggravante, e allora brinderò. Salute! Se Dalla Chiesa volesse chiarir di chi sta parlando quando scrive: Libera è l’unica Ong italiana tra le prime 100 del mondo. Non sia mai, eh. a noi che ce ne fotte, noi vogliamo continuar a esser spaghetti & mafia. Noi chi? E quando racconta dell’ultima domanda, che mi ha suggerito Attilio Bolzoni, mentre al telefono stilavo con lui l’elenco delle cose scomode che fanno don Ciotti e Libera: già, chi vuol metter le mani sui beni confiscati? Già, chi? Rastello? La fu Lotta Continua? 
Brutta discussione, l’ho detto. Peccato. Anche nel Pci, anche in Lotta Continua, c’eran dinamiche simili, dice Dalla Chiesa: certo. Noi, del resto, ci sciogliemmo. In questi giorni sono immerso nel processo per l’assassinio di Mauro Rostagno; rifaccio i conti con quell’associazione Saman, che all’indomani fu fatta passar per una sentina di tutti i delitti e tutte le infamie; si andò oltre il segno, smisuratamente: ma si stava al di qua del segno prima, quando tutto appariva benemerito. 
C’era madre Teresa e c’era Christopher Hitchens, la posizione della missionaria. Chissà quante buone cose fece madre Teresa, chissà quante buone ragioni ebbe Hitchens. Dopo quella piccola posta su Rastello ne ho scritte un altro paio, per ricordar che c’è un narcisismo sottile e insinuante in chi non si aggrega a un’organizzazione ed elude compromessi e voracità di apparati, in chi per pudore sta alla larga dalla retorica dell’indignazione e della profezia. Ma anche così, anche a bere da soli la tazza della propria buona azione, il dolce in fondo lo si gusta; penso che i buoni esistano, che non siano moltissimi, che abbiano un dono: non occorre neppure che spicchino fra i loro simili. Poi ci sono gli altri, la gran maggioranza, noi, che abbiamo una nozione più o meno adeguata di cosa sia giusto e sbagliato, cosa buono e cosa cattivo, e possiamo scegliere: se esser cattivi, se esser così e così -o fare come se fossimo buoni. Conta almeno altrettanto che i risultati, probabilmente un po’ di più. [sul Foglio, oggi]

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PERCHE’ DEFINIR BRUTTA UNA DISCUSSIONE SOLTANTO PERCHE’ ESSA E’ SCOMODA AGLI INTOCCABILI DEL BUONISMO? f.to: GRAF. Grazie ancora, Luca Rastello!



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